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Gemma Arterton: «Fuga per la libertà»

«Ha un aspetto incantevole». «Merito dello yoga, ma questa non sono io. Gli abiti eleganti e i tacchi alti sono un’uniforme che indosso solo in occasioni di lavoro». Gemma Arterton, 32 anni, è una donna che rifugge le imposizioni, i cliché. Sarà per questo che a Hollywood, dove ha esordito come Bond Girl (in Quantum of Solace) e proseguito con Prince of Persia, non ha avuto vita facile. I produttori volevano cambiarla, si accanivano sul suo aspetto. Volevano trasformarla. L’abbronzatura, l’extension, l’alimentazione, il peso. Tutto di lei costituiva un problema. Le avevano imposto un personal trainer che la seguisse ininterrottamente. «Sono arrivati a scattarmi una foto in palestra per dimostrare che stavo dimagrendo». Si è più volte sfogata con la stampa l’attrice britannica che ha definitivamente cambiato strada optando per il cinema d’autore, inglese e francese. Presto vestirà i panni di Marilyn Monroe in It’s Me, Sugar, speciale televisivo dedicato al making of di A Qualcuno Piace Caldo. Prima ancora la vedremo protagonista di The Escape (in sala dal 14 giugno) in cui interpreta Tara, una donna che si sente ostaggio del suo nucleo famigliare. Il male oscuro ne divora giorno dopo giorno desideri e vitalità fino a farle abbandonare marito e figli.

Il film affronta il tema della depressione. Che cosa l’ha spinta ad interpretare Tara?

«Noi donne siamo più abituate a tacere sul nostro malessere, lo reputiamo un fallimento e ce ne vergogniamo. Viviamo in una società che considera ancora normale che un uomo abbandoni la propria famiglia. Se a farlo è una donna allora è immediatamente giudicata una cattiva persona. Mi auguro che film come questo aiutino a combattere il pregiudizio».

Parla per esperienza diretta?

«Non ho mai sofferto di depressione ma è un argomento che la mia famiglia conosce bene. Mia nonna Helen (morta suicida nel 2010, n.d.r.) ha sofferto a lungo di un disturbo bipolare, la vita domestica la soffocava, ha rinunciato alle proprie ambizioni per crescere i suoi cinque figli. Durante le riprese del film mia madre mi ripeteva che stavo raccontando la sua vita ma io credo che quella di Tara sia una storia universale».

Non se ne sono viste molte sul grande schermo di recente.

«La depressione è ancora un tabù, nella vita come al cinema. Paradossalmente in passato certi temi venivano trattati con più coraggio. Una moglie di John Cassavetes, per esempio, è stato un punto di riferimento imprescindibile per questo film.

Qual è stata la sfida più grande?

«Gestire i giovani attori che nel film interpretano i figli di Tara. Tutti sanno che adoro i bambini ma in questo caso non riuscivano proprio a capire cosa stesse succedendo intorno a loro. Diventavano sempre più insopportabili. Tengo a bada il mio desiderio di maternità fin dalla tenera età quando subissavo mia sorella di attenzioni ma questo è un film che ti induce a quesiti spaventosi. I miei figli mi ameranno? E se sarò io a non amarli? Cosa potrebbe accadere? Non c’è nulla di scontato nella maternità».

The Escape

Attrice protagonista ma anche produttrice. È un momento importante della sua carriera.

«Sicuramente. Il film è quasi totalmente improvvisato. Il regista Dominic Savage ha scritto il soggetto e le scene ma siamo stati io e Dominic Cooper (la sua co-star, n.d.r.) a ideare i dialoghi. Da un punto di vista creativo la considero l’esperienza più significativa della mia carriera. Un lavoro di gruppo veramente stimolante».

È sempre stata piuttosto critica in merito al trattamento che le attrici ricevono a Hollywood. Si è mai sentita danneggiata?

«Tutt’altro. Quelle discriminazioni hanno influenzato sia la mia vita professionale che quella privata. Ne sono grata perché hanno forgiato la mia personalità. Dinanzi a determinate pressioni ho capito che non ero quello il lavoro a cui ambivo. I film che sto scegliendo oggi sono una risposta, una reazione, alle umiliazioni subite. Opere che mi danno l’opportunità di essere libera e di sprigionare la mia creatività. L’arte dovrebbe essere un incentivo alla diversità non al conformismo».

Quattro film francesi nel suo CV. A Hollywood ha preferito la Francia.

«Mi sono innamorata del cinema guardando gli attori francesi. Io sono nata a Gravesend (nella contea del Kent), a due passi dalla stazione da dove era possibile prendere un treno per Parigi. Da casa mia intravedevo una finestra sul mondo. Ho imparato il francese per recitare in Gemma Bovery di Anne Fontaine e questo mi ha aperto molte porte».

Prima di interpretare Marilyn Monroe la attende un film su Virginia Woolf. In cosa sarà diverso dai precedenti?

«Vita&Virginia mostra gli anni più gioiosi della vita di Virginia Woolf. Di lei spesso ci si limita a raccontare il talento letterario e il suicidio ma fu molto altro. Io interpreto Vita Sackville-West, la scrittrice che le diede l’ispirazione per Orlando. Sono felice che il film si concentri sulla storia di una donna al picco della sua creatività».

Lei si è sposata molto giovane (nel 2010 con l’imprenditore italiano Stefano Catelli, n.d.r.), per poi separarsi due anni dopo. Lo considera un errore di gioventù?

«No, anzi è stato un momento molto felice della mia vita. Non avevo mai creduto all’importanza del matrimonio fino ad allora e non so se lo reputo ancora fondamentale. Le storie d’amore iniziano e finiscono, fa parte della vita, bisogna accettarlo, ma rimango convinta che ognuno di noi abbia la propria anima gemella».

Wikipedia riporta una sua dichiarazione secondo la quale non si risposerà e non avrà figli finché non vincerà un premio Oscar. Come l’ha presa il suo fidanzato (l’attore irlandese Rory Keenan, n.d.r)?

«Giuro di non averlo mai detto. Ho già accettato il fatto che potrei non vincere mai un premio Oscar, non so se sono pronta a risposarmi ma essere mamma è un sogno al quale non riesco proprio a rinunciare».

Originariamente pubblicato su Vanity Fair Italia