Stefano Cucchi, giustizia non è ancora fatta

 

Stamattina mi sono svegliata pensando a lui, Stefano Cucchi. Ieri mattina durante l’udienza tenutasi davanti la Corte d’assise uno dei carabinieri imputati per la morte del giovane geometra romano ha finalmente ammesso il pestaggio. Una svolta inimmaginabile solo qualche anno fa, quando Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, implorava rispetto e giustizia per il fratello venuto a mancare all’ospedale Sandro Pertini di Roma nell’ottobre del 2009, una settimana dopo l’arresto cautelare.

Sono venuta a conoscenza della sua storia qualche tempo più tardi. Avevo 19 anni, vivevo a Londra e le foto del suo corpo esanime, martoriato dalle botte ricevute, mi hanno inorridito. Per giorni non sono riuscita a chiudere occhio immaginando il calvario a cui quel ragazzo era stato sottoposto prima di morire. Ma leggendo attentamente i passaggi che l’hanno portato alla resa, ho anche capito che i colpi inferti dagli agenti di polizia non erano stati l’unica causa della sua morte. Stefano Cucchi è morto di indifferenza e io, in qualche modo, mi sentivo responsabile.

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Proprio in quei giorni dovevo decidere a quale story dedicarmi per l’articolo di approfondimento per il mio primo semestre universitario alla Kingston University. Sono tornata con la mente all’anno precedente quando, guardando il bellissimo e scioccante documentario È stato morto un ragazzo di Filippo Vendemmiati scoprii il triste destino di Federico Aldrovandi, che dopo essersi imbattuto in una pattuglia della polizia, nella sua Ferrara, non ha più fatto ritorno a casa. Aveva 18 anni. Rivolgo spesso un pensiero a Lino e Patrizia Aldrovandi, i suoi genitori, che si sono fieramente battuti perché la verità venisse a galla. Quattro poliziotti hanno scontato la pena di 3 anni e 6 mesi di reclusione e sono stati reintegrati in servizio. Tanto vale la vita di un uomo.

Avevo intenzione di dedicare il mio articolo a queste due famiglie. Mi sono documentata, ho registrato decine di interviste. Ho letto il libro di Ilaria Cucchi, Vorrei dirti che non eri solo (ve lo consiglio, è una ricostruzione onesta e struggente). «In Italia la pena di morte non esiste ma per mio fratello è stata applicata. Nei suoi ultimi sei giorni di vita è stato privato di qualsiasi diritto», scrive Ilaria. Poi ho conosciuto la storia di Giuseppe Uva, fermato la sera del 14 giugno 2008, massacrato nella caserma dei Carabinieri di Varese e poi trasferito d’urgenza in ospedale per un TSO. È morto il giorno dopo. La sorella Lucia – donna straordinariamente combattiva – si chiede ancora come sia stato possibile.

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Se le storie di Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi e Giuseppe Uva hanno colpito l’opinione pubblica è soltanto merito dei loro famigliari che non si sono arresi dinanzi alle ricostruzioni lacunose, al dolore, all’umiliazione delle calunnie inflitte spesso da gente insensibile, vigliacca e irrispettosa, talvolta perfino da rappresentanti delle istituzioni – vergognose le dichiarazioni del parlamentare della Lega Gianni Tonelli (recentemente condannato per diffamazione) e dell’ex senatore Carlo Giovanardi.

Più studiavo e mi imbattevo in storie, altrettanto dolorose e ingiuste, rimaste purtroppo sepolte nelle aule di tribunale. Non tutti hanno il coraggio, la forza e le risorse per poter intraprendere una battaglia così dispendiosa, straziante e spesso senza risultati soddisfacenti. Valentina Calderone e Luigi Manconi dell’associazione A buon diritto hanno provato a restituire un nome, una dignità e una memoria a quei morti, alle loro famiglie, all’ingiustizia patita nel bellissimo reportage Quando hanno aperto la cella. Ve lo consiglio più di ogni altro testo sull’argomento perché credo che i giornalisti non siano fatti per riportare numeri ma per raccontare storie.

Sulla mia pelle

Le ho lette, approfondite, studiate nel dettaglio. Mi hanno commosso, addolorato, intristito, indignato. Non mi sono mai girata dall’altra parte e mai lo farò, mi ripetevo. Stesso pensiero che mi balenava in testa mentre guardavo il film Sulla mia pelle (è disponibile su Netflix e circola ancora in qualche cinema, se ancora non l’avete visto non avete giustificazioni). Dopo il pestaggio decine di persone sono entrate in contatto con Stefano Cucchi, tra volontari, poliziotti, giudici, medici e infermieri. Non gli hanno teso la mano. L’hanno lasciato morire. Tutte (o quasi) persone che continueranno a vivere la loro vita senza pagare per la propria negligenza. Resta (forse) solo il riflesso della loro immagine allo specchio, il ricordo delle loro azioni. Perché ha ragione Fabrizio Moro, la coscienza non dimentica.

 

 

Private Life vs Un affare di famiglia

Buon pomeriggio, scusate ancora una volta l’assenza ma in questi ultimi giorni purtroppo mi sono già beccata la prima influenza stagionale. Mentre misuravo la febbre, tossivo e mi soffiavo il naso sabato pomeriggio ho trovato anche il tempo per vedere un film. Ero curiosa di vedere Private Life con il grande Paul Giamatti su Netflix e non sono rimasta delusa. Mi sono posta tanti interrogativi osservando i comportamenti di Rachel e Richard, una coppia di quarantenni ossessionata dall’idea di concepire un figlio. L’inseminazione artificiale, l’adozione e poi di nuovo l’inseminazione artificiale con la complicità dell’adorata nipote Sadie.

Private LifeRachel e Richard le provano tutte, non fanno l’amore da undici mesi ma vogliono un figlio a tutti i costi, possibilmente sangue del loro sangue. Si rinfacciano di non essersi preoccupati prima dell’orologio biologico e in fondo sono legati da un sentimento profondo. Una coppia di attori irresistibili. Piccola nota: se non conoscete Kathryn Hahn (che nel film interpreta Rachel) vi consiglio di recuperare le recente serie targata Amazon I love Dick in cui è semplicemente esilarante.

Due esseri umani provati dai costi che comporta il loro ostinato desiderio di mettere al mondo un figlio. A nulla valgono i fallimenti. Loro non demordono, ci provano e riprovano ancora e ancora. E io non mi sentivo di giudicarli né guardandoli mentre si urlando addosso esasperati né ora che ci ripenso. La vitalità di un individuo si misura in base al numero di desideri che ha e quindi io ho profondo rispetto per Rachel e Richard e per tutte le coppie che, come loro, sono ansiosi di coronare il loro sogno d’amore.

Poi però ho ripensato a Un affare di famiglia, il film di Hirokazu Kore’eda vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes.

Come altri lungometraggi del regista giapponese anche questo mette in discussione il concetto stesso di famiglia, il valore dei legami di sangue e non.  Normalmente non mi lancio in complimenti azzardati ma ritengo Un affare di famiglia la perfetta definizione di capolavoro laddove la raffinata tecnica cinematografica fa da connubio alla bellezza delle immagini e a ciò che rappresentano.

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La famiglia del film di Kore’eda è anticonformista, vive al di fuori delle regole della legge e della società ma non si può negare che al suo interno si siano instaurati rapporti tra genitori e figli legati da un amore indissolubile e perfino salvifico. Lo consiglio a tutti, specialmente a chi vive puntando il dito, a chi crede di sapere, a chi dà per scontato.

Laddove c’è amore c’è famiglia. Lo spiega benissimo Massimo Recalcati nelle puntate del suo programma Lessico Famigliare (sono quattro, potete recuperarle qui), ognuno di noi nel corso della propria vita ha più figli, più padri e più madri e spesso questi rapporti non hanno nulla a che vedere con il legame biologico. E voi cosa ne pensate? Vi è capitato di vedere uno dei due film?

Fatemi sapere, a presto

Rosa

 

 

Al cinema vi aspettano Spike Lee e Glenn Close: qualche curiosità

Buongiorno,

ieri pomeriggio ho perso ancora una volta l’occasione di vedere BlacKkKlansman. Spike Lee è un regista con cui ho da sempre un rapporto controverso. Ricordo di aver amato follemente i suoi film a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, in particolare sono legatissima a Fa’ la cosa giusta. Poi in un esame universitario mi divertii a distruggere il suo Malcolm X, la trasposizione cinematografica di Autobiografia di Malcolm X scritta insieme al giornalista Alex Haley. Un libro eccezionale, tra i più belli che io abbia mai letto, mi ha cambiato la vita. Il film, Denzel Washington a parte, non poteva semplicemente competere. Il ritorno di fiamma è avvenuto con La 25ª ora ma i nostri rapporti si sono ulteriormente raffreddati dopo il terribile remake di Oldboy. Il film originale di Park Chan-wook è inarrivabile. Negli ultimi anni mi sono molto divertita a guardare sia Chi-Raq, un’euforica commedia presentata nel 2015 alla Berlinale ma mai sbarcata nelle nostre sale, che la sua serie targata Netflix She’s Gotta Have It. So che sono in molti a non averla apprezzata ma adoro lo Spike Lee femminista.

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Tutto ciò per dirvi che sono ovviamente curiosissima di vedere il suo ultimo film, applaudito al Festival di Cannes e accolto come un ritorno all’antico splendore. In mancanza di elementi per poterlo giudicare ne approfitto per consigliarvi il più bel film in uscita questa settimana. Si tratta di The Wife – Vivere nell’ombra. L’ho visto al Festival di Toronto dove, lo scorso anno, ho avuto anche l’opportunità di intervista la magnifica Glenn Close. Ho apprezzato il film: la toccante storia di una donna scrive i libri al posto del marito che arriva perfino ad essere insignito del Nobel per la Letteratura. Glenn Close abita il corpo e la mente di una donna che, come tante, si nasconde dietro ad uomo per paura di esporsi ed essere giudicata, per paura che il mondo non le riconosca il suo talento. Incontrarla per un’intervista a tu per tu è stato uno dei momenti più emozionanti della mia brevissima carriera da giornalista.

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Molti colleghi me l’avevano descritta come un mostro, scontrosa, perfida e taciturna. Quella che ho incontrato io è sicuramente una donna restia a parlare della propria vita privata – “Se ci sono stati uomini che hanno sofferto la sua popolarità? A questa domanda preferirei non rispondere”. Chiaro. Ma intervistare un attore non significa scavare nel suo privato. Credo che la riposta più bella che mi abbia dato sia stata questa: “Non mi sono mai sentita discriminata in quanto donna ma quando ho interpretato un uomo, Albert Nobbs, ho pensato che sarebbe stato più comodo continuare a farlo”. Glenn Close è molto legata alla sua famiglia, stravede per sua figlia, Annie Starke (anche lei attrice del film) e sta invecchiando serenamente – a marzo ha compiuto 71 anni. A vincere il premio Oscar ci tiene proprio, non lo nasconde. Il ruolo più importante della sua vita l’ha recitato a teatro ed è quello di Norma Desmond di Viale del tramonto. Secondo il New York Times si tratta di una delle più grandi performance teatrale di questo secolo. Invidio tutti coloro che hanno potuto assistere alla massima espressione di questa interprete di rara personalità e bellezza. In Attrazione Fatale e Le relazioni pericolose il suo talento è mirabolante ma mi ha commosso soprattutto ne Il mondo secondo Garp dove era la mamma di Robin Williams e da piccola la sua Crudelia De Mon mi ha incusso un certo timore.

morganaGlenn Close è una Morgana, una donna fuori dagli schemi, un’artista controcorrente, difficile da collocare che vuole piacersi non compiacere. Per far capire a cosa faccio riferimento vi prego di correre ad ascoltare il podcast della scrittrice Michela Murgia (a questo link troverete tutte le informazioni) che da qualche mese a questa parte ha preso a raccontare proprio le donne che nella percezione comune appaiono stronze, streghe e chi più ne ha più ne metta. Ebbene io mi auguro che, dopo Margaret Atwood, Frances McDormand, Tonya Harding e Madonna la Murgia possa rivolgere il suo sguardo proprio alla Close.

Spero possiate apprezzare e condividere i miei suggerimenti. Intanto vi incollo il breve trafiletto che Vanity Fair ha ritenuto opportuno dedicare alla mia intervista a Glenn Close. A presto

Rosa

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ROSA MAIUCCARO