Private Life vs Un affare di famiglia

Buon pomeriggio, scusate ancora una volta l’assenza ma in questi ultimi giorni purtroppo mi sono già beccata la prima influenza stagionale. Mentre misuravo la febbre, tossivo e mi soffiavo il naso sabato pomeriggio ho trovato anche il tempo per vedere un film. Ero curiosa di vedere Private Life con il grande Paul Giamatti su Netflix e non sono rimasta delusa. Mi sono posta tanti interrogativi osservando i comportamenti di Rachel e Richard, una coppia di quarantenni ossessionata dall’idea di concepire un figlio. L’inseminazione artificiale, l’adozione e poi di nuovo l’inseminazione artificiale con la complicità dell’adorata nipote Sadie.

Private LifeRachel e Richard le provano tutte, non fanno l’amore da undici mesi ma vogliono un figlio a tutti i costi, possibilmente sangue del loro sangue. Si rinfacciano di non essersi preoccupati prima dell’orologio biologico e in fondo sono legati da un sentimento profondo. Una coppia di attori irresistibili. Piccola nota: se non conoscete Kathryn Hahn (che nel film interpreta Rachel) vi consiglio di recuperare le recente serie targata Amazon I love Dick in cui è semplicemente esilarante.

Due esseri umani provati dai costi che comporta il loro ostinato desiderio di mettere al mondo un figlio. A nulla valgono i fallimenti. Loro non demordono, ci provano e riprovano ancora e ancora. E io non mi sentivo di giudicarli né guardandoli mentre si urlando addosso esasperati né ora che ci ripenso. La vitalità di un individuo si misura in base al numero di desideri che ha e quindi io ho profondo rispetto per Rachel e Richard e per tutte le coppie che, come loro, sono ansiosi di coronare il loro sogno d’amore.

Poi però ho ripensato a Un affare di famiglia, il film di Hirokazu Kore’eda vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes.

Come altri lungometraggi del regista giapponese anche questo mette in discussione il concetto stesso di famiglia, il valore dei legami di sangue e non.  Normalmente non mi lancio in complimenti azzardati ma ritengo Un affare di famiglia la perfetta definizione di capolavoro laddove la raffinata tecnica cinematografica fa da connubio alla bellezza delle immagini e a ciò che rappresentano.

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La famiglia del film di Kore’eda è anticonformista, vive al di fuori delle regole della legge e della società ma non si può negare che al suo interno si siano instaurati rapporti tra genitori e figli legati da un amore indissolubile e perfino salvifico. Lo consiglio a tutti, specialmente a chi vive puntando il dito, a chi crede di sapere, a chi dà per scontato.

Laddove c’è amore c’è famiglia. Lo spiega benissimo Massimo Recalcati nelle puntate del suo programma Lessico Famigliare (sono quattro, potete recuperarle qui), ognuno di noi nel corso della propria vita ha più figli, più padri e più madri e spesso questi rapporti non hanno nulla a che vedere con il legame biologico. E voi cosa ne pensate? Vi è capitato di vedere uno dei due film?

Fatemi sapere, a presto

Rosa

 

 

Al cinema vi aspettano Spike Lee e Glenn Close: qualche curiosità

Buongiorno,

ieri pomeriggio ho perso ancora una volta l’occasione di vedere BlacKkKlansman. Spike Lee è un regista con cui ho da sempre un rapporto controverso. Ricordo di aver amato follemente i suoi film a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, in particolare sono legatissima a Fa’ la cosa giusta. Poi in un esame universitario mi divertii a distruggere il suo Malcolm X, la trasposizione cinematografica di Autobiografia di Malcolm X scritta insieme al giornalista Alex Haley. Un libro eccezionale, tra i più belli che io abbia mai letto, mi ha cambiato la vita. Il film, Denzel Washington a parte, non poteva semplicemente competere. Il ritorno di fiamma è avvenuto con La 25ª ora ma i nostri rapporti si sono ulteriormente raffreddati dopo il terribile remake di Oldboy. Il film originale di Park Chan-wook è inarrivabile. Negli ultimi anni mi sono molto divertita a guardare sia Chi-Raq, un’euforica commedia presentata nel 2015 alla Berlinale ma mai sbarcata nelle nostre sale, che la sua serie targata Netflix She’s Gotta Have It. So che sono in molti a non averla apprezzata ma adoro lo Spike Lee femminista.

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Tutto ciò per dirvi che sono ovviamente curiosissima di vedere il suo ultimo film, applaudito al Festival di Cannes e accolto come un ritorno all’antico splendore. In mancanza di elementi per poterlo giudicare ne approfitto per consigliarvi il più bel film in uscita questa settimana. Si tratta di The Wife – Vivere nell’ombra. L’ho visto al Festival di Toronto dove, lo scorso anno, ho avuto anche l’opportunità di intervista la magnifica Glenn Close. Ho apprezzato il film: la toccante storia di una donna scrive i libri al posto del marito che arriva perfino ad essere insignito del Nobel per la Letteratura. Glenn Close abita il corpo e la mente di una donna che, come tante, si nasconde dietro ad uomo per paura di esporsi ed essere giudicata, per paura che il mondo non le riconosca il suo talento. Incontrarla per un’intervista a tu per tu è stato uno dei momenti più emozionanti della mia brevissima carriera da giornalista.

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Molti colleghi me l’avevano descritta come un mostro, scontrosa, perfida e taciturna. Quella che ho incontrato io è sicuramente una donna restia a parlare della propria vita privata – “Se ci sono stati uomini che hanno sofferto la sua popolarità? A questa domanda preferirei non rispondere”. Chiaro. Ma intervistare un attore non significa scavare nel suo privato. Credo che la riposta più bella che mi abbia dato sia stata questa: “Non mi sono mai sentita discriminata in quanto donna ma quando ho interpretato un uomo, Albert Nobbs, ho pensato che sarebbe stato più comodo continuare a farlo”. Glenn Close è molto legata alla sua famiglia, stravede per sua figlia, Annie Starke (anche lei attrice del film) e sta invecchiando serenamente – a marzo ha compiuto 71 anni. A vincere il premio Oscar ci tiene proprio, non lo nasconde. Il ruolo più importante della sua vita l’ha recitato a teatro ed è quello di Norma Desmond di Viale del tramonto. Secondo il New York Times si tratta di una delle più grandi performance teatrale di questo secolo. Invidio tutti coloro che hanno potuto assistere alla massima espressione di questa interprete di rara personalità e bellezza. In Attrazione Fatale e Le relazioni pericolose il suo talento è mirabolante ma mi ha commosso soprattutto ne Il mondo secondo Garp dove era la mamma di Robin Williams e da piccola la sua Crudelia De Mon mi ha incusso un certo timore.

morganaGlenn Close è una Morgana, una donna fuori dagli schemi, un’artista controcorrente, difficile da collocare che vuole piacersi non compiacere. Per far capire a cosa faccio riferimento vi prego di correre ad ascoltare il podcast della scrittrice Michela Murgia (a questo link troverete tutte le informazioni) che da qualche mese a questa parte ha preso a raccontare proprio le donne che nella percezione comune appaiono stronze, streghe e chi più ne ha più ne metta. Ebbene io mi auguro che, dopo Margaret Atwood, Frances McDormand, Tonya Harding e Madonna la Murgia possa rivolgere il suo sguardo proprio alla Close.

Spero possiate apprezzare e condividere i miei suggerimenti. Intanto vi incollo il breve trafiletto che Vanity Fair ha ritenuto opportuno dedicare alla mia intervista a Glenn Close. A presto

Rosa

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L’amica geniale, tra letteratura e realtà

Buongiorno,

scusate l’assenza di ieri ma chi mi conosce sa che, nonostante mi piaccia programmare minuziosamente le mie giornate, spesso vengo incoronata “regina dell’imprevisto”. Breve storia triste: lunedì mi precipito al cinema per godermi i primi due episodi de L’amica geniale al cinema e sul finire devo precipitarmi in ospedale per una colica renale.

Comincio con il raccontarvi che ho letto la tetralogia di Elena Ferrante in un momento personale molto delicato. Aggiungo che non è stata una lettura individuale ma condivisa con la persona che amo. I libri della misteriosa scrittrice ci hanno catapultato in un mondo pieno di umanità. Leggendoli abbiamo sorriso, pianto, sofferto. Ci siamo affezionati a Lila e Lenù, abbiamo tifato per loro, sperando fino all’ultimo che fossero destinate ad un futuro radioso. Non riesco a pensare a due personaggi letterari (e non) che di recente abbiano sortito lo stesso effetto. Le porto nel cuore.

La Napoli in cui nascono e crescono la conoscevo solo in parte. Non so se sia la stessa che abbia dato i natali alla Ferrante, ma dinanzi alle sue vivide e precise descrizioni, alla credibilità delle emozioni che è in grado di trasmettere, ho sempre pensato di sì. Il successo dei suoi libri in Italia non è neanche lontanamente paragonabile alla risonanza che hanno avuto a livello internazionale, in particolare in America (The Neapolitan Novels, le hanno soprannominate). Tra i suoi fan più accaniti Michelle Obama, Hillary Clinton, il premio Pulitzer Elizabeth Strout (di cui vi consiglio i bellissimi Olive Kitteridge e Il mio nome è Lucy Barton), lo scrittore Jonathan Franzen e perfino Rory Gilmore (cosa per me fondamentale!).

Pur riconoscendo l’universalità della storia mi sono chiesta più volte come un lettore americano potesse immergersi nella lettura delle disavventure di Lila e Lenù con la mia stessa passione. Mi sono risposta che non è solo una questione di periferie e di immedesimazione. L’arte non è mai provinciale, ecco perché i capolavori del cinema neorealista hanno cambiato per sempre la storia della Settima Arte. L’amica geniale è semplicemente un capolavoro. Invito chiunque, fervidi lettori e pigri perdigiorno, a tuffarsi in questo mondo incantato.

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Com’è la serie di Saverio Costanzo? Del tutto trascurabile. Ho profondamente amato la sua trasposizione cinematografica de La solitudine dei numeri primi (pur non avendo apprezzato particolarmente il libro di Paolo Giordano) e ho perso la testa per Hungry Hearts. Mi sono divertita guardando la sua versione di In Treatment. Ma i romanzi di Elena Ferrante non hanno nulla a che vedere con lo sceneggiato incolore e didascalico di cui ho visto le prime puntate al cinema Ariston di Gaeta. Oggi è l’ultimo giorno di proiezioni (l’elenco delle sale lo trovate a questo link). Poi dovrete attendere il passaggio televisivo su Rai1 a partire dal 6 novembre. Per chi non l’avesse ancora fatto vi esorto a correre in libreria, non perdete questa occasione di rinascita.

MA VENIAMO ALLE NOTE DOLENTI. Come vi accennavo prima, mentre osservavo il lavoro di Costanzo con una certa perplessità ho dovuto cedere ai miei dolori addominali e filare al Pronto Soccorso di Formia (Latina). Lì si è aperta una nuova fase della mia serata e della mia riflessione. Sarebbe superfluo dire che odio gli ospedali (c’è forse qualcuno che li ama?) ma quello a cui assisto ogni volta che mi trovo a dover chiedere aiuto in una struttura del centro e del Sud Italia torno a casa più avvilita per il trattamento ricevuto che non per i malanni che mi affliggono. Ho da poco festeggiato 27 anni ma mentre osservavo i due anziani che urlavano dal dolore e defecavano dopo ore di attesa su una barella sulla quale si preparavano evidentemente a trascorrere l’intera nottata ho lasciato l’ospedale (all’1 passata) con un solo pensiero: “Non voglio morire così!”.

Il Meridione d’Italia che riesce a generare l’inimitabile bellezza della scrittura di Elena Ferrante è lo stesso in cui nel 2018 spesso si muore senza la possibilità di salvaguardare la propria dignità. In cui per ricevere delle cure, se non si ha la possibilità di rivolgersi altrove, ci si rassegna ad essere trattati come carne da macello. Lila e Lenù scalpitano per scoprire il mondo fuori dal Rione, ci ripenso mentre progetto anche io di costruirmi una vita lontana da qui, per non dover un giorno finire come quei due vecchietti, affidati alla sola pazienza dei loro famigliari che chissà quanti pugni dovranno sbattere sul tavolo per far valere i loro diritti, fino all’ultimo respiro.

Inaccettabile in qualsiasi Paese civile, persino il nostro che di certo non merita questa definizione. IO NON CI STO, io non voglio arrendermi, non fatelo neanche voi. Leggete, progettate, ribellatevi.

 

 

 

ROSA MAIUCCARO