Louis Garrel: «Indosso una maschera e sarò Robespierre»

Sex symbol introverso, rivoluzionario, fintamente tenebroso, tendenzialmente ironico, oggettivamente disarmante. Louis Garrel si muove sospeso nella realtà di un cinema che sembra non esistere più. Se fossimo ai tempi della Dolce Vita sarebbe sicuramente uno tra i divi più venerati. Di quel sogno romantico si è nutrito sin dall’infanzia nell’ambito famigliare – il padre è Philippe Garrel, regista abbonato ai film d’autore, il padrino è Jean-Pierre Léaud, l’Antoine Doinel di François Truffaut.  Al cinema, almeno inizialmente, non gli è stato facile rintanarsi nel ruolo dell’eterno eroe romantico tormentato, più vicino alla Parigi della Nouvelle Vague che a quella contemporanea, che lo destabilizza.

Non è un caso che tre dei film che l’hanno reso più famoso, The Dreamers di Bernando Bertolucci, Gli amanti regolari del padre Philippe e Il mio Godard di Michel Hazanavicious, siano ambientati nella Parigi della rivoluzione sessantottina. Film che ne illustrano i sogni e le contraddizioni ma dove soprattutto prevale la disillusione. La prossima fermata lo vedrà approdare alla madre di tutte le rivoluzioni, quella francese. Nel film di Pierre Schoeller (Il ministro – L’esercizio dello Stato), Un Peuple et son roi, vestirà i panni di Robespierre. “Fino a questo momento ho sempre preferito mostrare, e a mia volta vedere, la persona dietro l’attore. Oggi riesco finalmente a capire l’importanza di indossare una maschera. Come ho fatto con Jacques de Bascher nel biopic su Yves Saint Laurent o con Godard, come farò con Robespierre”.

Per l’attore francese più desiderato della sua generazione, che ci aveva abituato a delle interpretazioni piuttosto monocorde, sembra dunque essere in atto un cambiamento. A 34 anni il divo francese avrebbe deciso di mandare al diavolo i clichè che lo ingabbiavano. Se per interpretare Godard non ha temuto di mutare radicalmente il proprio aspetto fisico, di stempiarsi e affrontare le ire dei fan oltranzisti del maestro della Nouvelle Vague, per l’ultimo film di Arnaud Desplechin, I fantasmi d’Ismael (in sala dal 25 aprile) ha accettato di mettersi persino in ridicolo interpretando un personaggio inventato, di poco peso, frutto della fantasia del protagonista del film, Mathieu Amalric. “I sentimenti mi interessano più delle critiche”, ci dice Garrel che nel 2015 ha esordito dietro la macchina da presa senza troppo successo con il film Les deux amis. “Non ci sono rimasto male, in fin dei conti non sono un regista ambizioso, mi interessa solamente lavorare con gli attori. Ho ultimato la mia opera seconda proprio qualche settimana fa”.

 

Difficile rimanere delusi dopo averlo incontrato. La sua vita privata è tabù, preferisce disquisire sul suo mestiere di attore che, nei suoi discorsi, dopotutto, coincide con l’arte di vivere. Vi basti sapere che, dopo il lungo fidanzamento con l’attrice Valeria Bruni Tedeschi, lo scorso anno è convolato a nozze con Laetitia Casta, che definisce “la donna più bella del mondo”.

Parlando con lui avrete tre certezze:

  1. Louis Garrel è un cinefilo incallito – non ci sarà momento in cui non farà riferimento a qualcuno dei film che gli è capitato di vedere di recente o capolavori del passato che non rinuncia a guardare e riguardare.
  2. È  una persona curiosa: per essere un attore non è poi così concentrato su se stesso, rispetto a tanti suoi colleghi. Spesso parla di sé con autoironia e non si dimostra mai distratto dinanzi al proprio interlocutore.
  3. L’ansia lo divora. Seconda alla sua ossessione per il cinema c’è solamente lei. “Non mi libero mai dell’ansia. I film, anche quelli di Woody Allen e Jean Renoir, che sono generalmente quelli che mi rilassano di più, sono solo delle brevi interruzioni. Uscito dalla sala solitamente sono più angosciato di prima”, dice scherzando ma non troppo. “Mai guardare un’intervista di Allen subito dopo però”, mi avverte. “Comincia ad interrogarsi sul presente e annulla immediatamente quell’effetto di leggerezza. Talvolta pensiamo colpevolmente che i maestri del cinema abbiano le risposte a tutte le nostre domande, poi li sentiamo parlare e ci rendiamo conto che soffrono delle nostre stesse paure”.

Originariamente pubblicato su Esquire Italia

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