Silvio Muccino: «Finalmente la felicità»

Negli ultimi anni, suo malgrado, il pubblico ha prestato più attenzione alle sue vicende famigliari che al suo percorso artistico. Ma Silvio Muccino, 35 anni, è abituato a sparigliare le carte e dopo tre film da regista (Parlami d’amoreUn altro mondoLe leggi del desiderio) si ripresenta in veste di scrittore con Quando eravamo eroi (La nave di Teseo). Sebbene nell’immaginario collettivo rimanga l’adolescente timido e insicuro di Come te nessuno maiRicordati di me e Che ne sarà di noi, quello con cui parlo oggi è un uomo che difende le sue scelte, benché impopolari, e rivendica la propria natura anticonformista.

Nel libro racconta la storia di quattro amici che si ritrovano nella casa dove da ragazzi hanno vissuto le emozioni più intense e indimenticabili della loro vita. Gli Alieni, si fanno chiamare. Amore, rabbia, desiderio, rancore: sono tanti i sentimenti che ancora li legano e una sorprendente rivelazione che però preferiamo non svelare al lettore.

Da dove nasce l’idea per questo libro?
«Me l’ha suggerita Carla Vangelista a cui inizialmente era stata richiesta la sceneggiatura di un film. Mi ha incoraggiato a svilupparla perché si tratta di una storia che appartiene alla mia generazione. Ma ho capito subito che un libro mi avrebbe garantito più libertà di un film nel raccontarla».

Come la riassumerebbe?
«Come la storia di cinque personaggi che condividono un sentimento di alienazione molto comune nella mia generazione, una sorta di incapacità di adattarsi alle regole del mondo».

È vero che ha sentito l’esigenza di allontanarsi da Roma e trasferirsi in un casolare umbro per scriverlo?
«So che è un’immagine suggestiva, ma il trasferimento risale a qualche tempo prima. Avevo bisogno di staccare, di andarmene da Roma, che è la mia città natale ma che per me rappresenta soprattutto il cinema e il lavoro. Avevo bisogno di dare un input alla mia creatività e il posto ha funzionato bene. Dovevo starci una settimana, poi due mesi e adesso sono quasi due anni che hanno prodotto ben due libri. L’altro uscirà a breve».

Ha vissuto in solitudine?
«Non direi. La mia casa è stata per i miei amici l’equivalente di un porto di mare. È molto allegra e vitale. Piena di cani oltre che di persone. Ho trovato una bella dimensione, non ho fatto l’eremita. Ma è un posto che mi consente di mettermi le cuffie, isolarmi e scrivere».

Quando eravamo eroi è un libro che celebra la diversità. Come crede che sia percepita nel nostro Paese?
«Purtroppo è stigmatizzata. Non siamo un Paese tollerante, specialmente nei confronti di chi non si uniforma alla maggioranza. La necessità di appiattire, di schiacciare la diversità nasce da parte di chi non vive pienamente la propria vita. Chi non esprime o non ricerca il proprio potenziale finisce per temerlo».

A lei è accaduto il contrario. Nel cinema italiano è partito da una posizione privilegiata per ritagliarsi il ruolo dell’outsider. Come mai?
«Non era calcolato. Ho assecondato la mia natura. Ho preferito esprimermi per ciò che sono, in maniera diversa, e magari anche arrivando a meno persone, piuttosto che continuare a coltivare un personaggio pubblico che di mio non aveva già più niente».

Ovvero?
«Già a 25 anni sentivo un grande scollamento tra chi ero e ciò che facevo. I film, anche quelli meno riusciti, mi hanno aiutato a capire chi sono. Oggi posso dire di avere finalmente la libertà di scegliere, il che è già una conquista. Finalmente ciò che sono e ciò che faccio combaciano ed è una sensazione impagabile». 

Ha capito cosa vuole fare da grande?
«Voglio raccontare delle storie, che sia attraverso il cinema o la letteratura. Quello è il mio obiettivo primario e mi interessa forse anche più della recitazione».

Mi pare di capire che non le interessi molto apparire…
«Credo che se oggi avessi vent’anni mi sentirei nauseato da questa costante rappresentazione che facciamo tutti di noi stessi. I selfie sono significativi di questa esigenza di vendersi, rappresentarsi, mostrarsi ad ogni costo e nutrirsi di like e apprezzamenti. Sono l’espressione più estrema del narcisismo. Non ci si guarda neanche più allo specchio ma attraverso delle foto che tra l’altro possono essere ritoccate. Nessuno si presenta veramente per ciò che è».

Lei a chi guarda con ammirazione?
«Alle persone meno inserite, quelle meno collaudate, le più strane, le meno giuste. Quelle che non si nascondono, che non si camuffano come fanno gli altri, come gli Alieni del mio libro. Sono particolarmente attratto da chi fa delle scelte impopolari perché denotano tanto coraggio».

Ci fa un esempio?
«L’incontro con Paolo Genovese per il quale ho recitato in The Place. Mi ha colpito che un regista reduce da un grande successo come Perfetti Sconosciuti abbia pensato di cimentarsi in un progetto così azzardato e ambizioso. Ovviamente gli ho detto subito sì».

Non le pesa che qualsiasi cosa faccia non riesca a spostare l’attenzione dalle liti con suo fratello Gabriele?
«Quello che dovevo dire sulla questione l’ho detto. Questi due libri mi sono serviti per voltare pagina. Ma se i giornalisti continuano a chiedere, come si dice? Domandare è lecito, rispondere è cortesia».

Allora ci provo: è innamorato?
«Sì, sono innamorato».

È felice?
«Tanto. Vivo sensazioni diverse dal solito, anche in questi giorni di promozione. Non è mai semplice parlare di sé, soprattutto per una persona schiva, un vero orso come me. Ma oggi mi sento più libero e leggero nel farlo. Forse oggi sono finalmente io».

Originariamente pubblicato su VanityFair.it

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...