Alessandro Bertolazzi: I consigli dell’ultimo Oscar italiano

Nella notte degli Oscar quasi nessuno, ad eccezione degli addetti ai lavori, presta attenzione ai cosiddetti premi collaterali. Noi italiani faremmo invece bene a farlo perché, oltre a Roberto Benigni e Paolo Sorrentino, gli ultimi ad alzare la statuetta per il miglior film, c’è una lunga serie di professionisti che ogni anno rivendica la nostra eccellenza nel mondo. È il caso della costumista Milena Canonero, che dal 1976 ad oggi ha collezionato 4 Oscar vinti e 9 nomination, dello scenografo Dante Ferretti, 3 premi e 7 nomination, del maestro Ennio Morricone, 2 premi (tra cui uno alla carriera) e 5 nomination. L’ultimo, in ordine di tempo, ad aver avuto questo riconoscimento è Alessandro Bertolazzi, premio Oscar 2017 per il miglior trucco ed acconciatura nel film Suicide Squad.

Piemontese, 60 anni compiuti e l’entusiasmo di un ragazzino. Ha cominciato collaborando con grandi registi italiani quali Dario Argento, Giuseppe Tornatore e Matteo Garrone per poi proseguire la sua carriera all’estero dove ha truccato le star di Babel, Angeli e Demoni, J.Edgar e 007 Skyfall (solo per citarne alcuni).

Dopo la produzione Netflix, Bright, vedremo il frutto del suo stimato lavoro in Ophelia, originale rivistiazione dell’Amleto di Shakespeare con protagonisti Naomi Watts e Clive Owen e in Christopher Robin interpretato da Ewan McGregor. Lo abbiamo intervistato per saperne di più sul significato che assume la vittoria di un premio tanto prestigioso.

L’Oscar rappresenta l’apice di una carriera come la sua?

Credo che ci sia un motivo per cui gli americani non dicono “The Winner is…” ma “The Oscar goes to…”. Non è un premio che va alla persona ma al rappresentante di una categoria del cinema. È una grande responsabilità essere nominato o scelto per un ruolo del genere. Ho capito che il premio è più importante di me e che per questo devo condividerlo con chiunque. Per quanto riguarda la carriera è un premio che rassicura, utile per calmare l’ansia data dalla competitività del mio mestiere. È come se tutte le volte ci fosse una vocina che mi dicesse: “Vabbè, ma che te frega, hai vinto un Oscar!”.

Quindi se glielo chiedessi descriverebbe il 2017 come l’anno più bello della sua vita, oppure no?

Ma certo! Scherza?! Mia madre è rimasta sconvolta. Ha provato un’emozione paragonabile a quella di diventare nonna. Tutta la mia famiglia ha vissuto le settimane che hanno preceduto la cerimonia come in una favola.

Da dove nasce la sua passione per il make up?

Non è mai nata (ride, n.d.r.). Mi sono appassionato enormemente allo spettacolo quando avevo 17 anni. Inizialmente per me c’era solo il teatro. Poi è arrivato il cinema dove mi occupavo di effetti speciali. Sono arrivato al trucco perché ho cominciato a lavorare con gli attori. Ho sempre concepito questo mestiere come la costruzione dei personaggi e la definizione del loro carattere all’interno del film.

Quali sono gli artisti che l’hanno maggiormente ispirata?

La mia ispirazione viene principalmente dall’arte di Francis Bacon, Caravaggio, Otto Dix. Ma ho amato il cinema in modo esagerato fin da bambino quando trascorrevo le mie giornate negli oratori a vedere film su film di tutti i tipi. All’epoca già il teatro mi pareva un sogno irraggiungibile, figuriamoci il cinema!

Lei ha truccato star di caratura internazionale. Che rapporto instaura con loro?

L’aspetto più importante è la fiducia e generalmente si crea un rapporto di grande intimità. Ho sempre avuto dei rapporti ottimi con le star che truccavo e ora in più noto che c’è un’aspettativa da parte loro. Sul set sono nel loro mondo e quindi sono serene e cordiali, è quando ritornano alla realtà che hanno più difficoltà.

La star alla quale è più affezionato?

Monica Bellucci. Sono diversi anni che non lavoro più con lei ma la considero una sorella. Le devo tantissimo. Mi ha dato la credibilità necessaria per lavorare all’estero.

Poi c’è stato il passaggio dal cinema italiano a quello internazionale. Cosa è cambiato nella sua visione?

All’estero puoi averla una visione! Non voglio parlare male del cinema italiano ma fuori dai nostri confini hai sicuramente molte più responsabilità ma anche più possibilità. Sia chiaro, se sbagli torni a casa, ma se riconoscono il tuo talento ti danno la possibilità di esprimerlo in totale libertà e nelle migliori condizioni. L’ultimo esempio che mi viene in mente è il set di Suicide Squad, dove non mi è stata contestata la minima decisione nonostante fosse un progetto generato da una visione folle.

È per questo che a chi sogna di fare il suo stesso mestiere ha suggerito di studiare a Londra?

Il business delle scuole di make-up è enorme. All’estero arrivano a costare 30.000 dollari all’anno. A Londra ci sono delle ottime scuole di formazione. Ne sono una prova alcuni miei assistenti che sono usciti da lì già molto preparati. Ma io, che non ho mai frequentato una scuola del genere, sono la prova che esiste anche la possibilità di un percorso diverso.

Si può avere un altro sogno dopo aver vinto un premio Oscar?

Vincerne un altro!

Pubblicato originariamente su Amica.it

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