Il ruolo di Hulk Hogan nella limitazione della libertà di stampa

Se le continue stoccate di Donald J. Trump ai media statunitensi (e in particolare al “the failing” New York Times) avevano fatto allarmare qualcuno sullo stato di salute della libertà di stampa americana sappiate che i problemi dei giornalisti statunitensi partono da più lontano.

Prima di lui a farli tremare ci ha pensato un’altra celebrity televisiva che di Trump è un grande sostenitore: Hulk Hogan. Avete capito bene. Non è stato l’arrivo del tycoon newyorkese alla Casa Bianca a mettere in pericolo il First Amendament. Lo racconta il documentario Nobody Speak: Trials of the Free Press (disponibile su Netflix dal 23 giugno) partendo dal filmino porno che vedeva protagonisti Hogan e l’ex moglie di Todd Alan Clem, meglio noto come “Bubba the Love Sponge” e che nell’aprile 2012 venne diffuso in rete dal tabloid gawker.com.

Ma prima di continuare facciamo un breve riepilogo del CV di Terry Bollea in arte Hulk Hogan, per quei pochi (fortunati) che non lo conoscessero. Wrestler tra i più famosi della storia al punto tale da aver fatto della sua vita familiare il soggetto principale di uno show televisivo, Hogan Knows Best (sì, è arrivato prima lui della Kardashian!).

Diverse tappe a Hollywood (tra cui una comparsa in Rocky 3, in occasione della quale mandò all’ospedale tre uomini secondo quanto dichiarato di recente da Sylvester Stallone) e la co-conduzione del Saturday Night Live del 1985. Decine di controversie: oltre ai suoi muscoli hanno fatto discutere i suoi commenti razzisti e omofobi, la sua abitudine a mentire, un terribile incidente stradale che coinvolse suo figlio Nick e un’inattesa denuncia dell’abuso di sostanze dopanti nel mondo del wrestling.

Tornando alle origini allo scandalo del 2012 seguì la denuncia dello stesso Hogan che imputava a Gawker una violazione della sua privacy. Fin qui tutto bene, o quasi. Ma non solo il noto wrestler stravince la causa, la giudice Pamela Campbell impone alla testata scandalistica un risarcimento di 115 milioni di dollari – 55 per danni, 60 per lo stress – da saldare ancor prima di conoscere il responso dell’appello, condannandoli di fatto alla bancarotta e alla conseguente chiusura del sito web (22 agosto 2016). Quando venne fuori che la causa intentata da Hogan era stata finanziata dal magnate della Silicon Valley Peter Thiel, il fondatore di PayPal, fu chiaro a tutti che si trattava di “uno dei casi più importanti relativi al First Amendment nella storia degli Stati Uniti d’America”. Nel 2007 Nick Denton, il fondatore di Gawker, aveva reso pubblica l’omosessualità di Thiel che evidentemente aspettava l’occasione giusta per mettere in atto la propria vendetta personale.

A prescindere dal suo livello qualitativo, dal dubbio gusto dei contenuti proposti (a partire dal sex tape di Hulk Hogan), quanto accaduto a Gawker Media è una testimonianza diretta delle minacce più grandi che incombono da sempre sulla stampa libera: soldi e potere. Nulla di nuovo per noi italiani, popolo maestro di conflitti di interesse, immagine e somiglianza di Berlusconi e dei suoi editti bulgari. Ma in un mondo dove otto uomini possiedono lo stesso patrimonio (426 miliardi di dollari) di 3,6 miliardi di persone succede più facilmente che il capriccio di un miliardario possa incidere sul destino di un’intera comunità. Una storia che gli americani conoscono fin troppo bene.

Pubblicato originariamente su GQ Italia

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