Louis Garrel: «Vivo in bilico tra il sogno e la paura»

«Sono in bicicletta ma ho gli auricolari e possiamo parlare lo stesso se per lei non è un problema». Comincia così la conversazione con Louis Garrel, il sex symbol più amato del cinema francese che questo weekend troverete nelle nostre sale con ben due film. La breve apparizione in Planetarium con Natalie Portman e Lily Rose Depp nei panni di un teatrante non è paragonabile è al ruolo da protagonista che interpreta in Mal di pietre, basato sull’omonimo romanzo della scrittrice sarda Milena Agus.

Nella Francia degli anni Cinquanta Garrel è André Sauvage, un tenebroso reduce di guerra che farà perdere la testa a Gabrielle (Marion Cotillard) una giovane donna che fatica ad accettare di buon grado il matrimonio che le è stato imposto dalla famiglia. Ne parlo con l’attore francese mentre sfreccia con la sua bicicletta in riva alla Senna, lamenta il cielo grigio di Parigi e chiede scusa per il suo italiano arrugginito. Nonostante abbia poca voglia di parlare della propria vita privata (attualmente è legato sentimentalmente a Laetita Casta, n.d.r.) Garrel sfodera un gran senso dell’umorismo pur affrontando questioni importanti come il futuro del suo Paese per cui si dice molto preoccupato.

Su GQ Italia trovate il mio profilo di Louis Garrel

Quanto è stato difficile interpretare un uomo ormai disilluso dalla vita come André?

«Molto! Quando scelgo di girare un film lo faccio inizialmente in base alle persone con cui lavorerò e in questo caso la regista ha giocato un ruolo chiave. Ma convincerla che sarei stato l’attore giusto per la parte di André non è stato facile. Il film è ambientato nella Francia degli anni Cinquanta e per Nicole io sono più facilmente identificabile con l’immagine del parigino moderno. Per cambiarmi i connotati ho dovuto perdere peso ma mettere in scena un dramma che non conosco come quello della guerra è stato estremamente complesso. La mia, per fortuna, non è la generazione del servizio militare».

Perché crede che Gabrielle individui proprio in André l’uomo dei suoi sogni?

«Perché il loro è un amore impossibile e in quanto tale si nutre di desiderio. André è più vicino alla morte che alla vita».

Crede che oggi, ai tempi del muro di Trump e delle declamazioni razziste di Marine Le Pen, sia ancora possibile essere romantici?

«Il romanticismo è legato alla morte per cui credo che oggi sia più attuale che mai. Più il mondo è incerto e più credo che ci sia spazio per i sogni. La cosa più difficile è trovare un equilibrio tra sogni e realtà per vivere in uno stato di gioia. Altrimenti la realtà diventa soffocante».

Lei ci riesce? Si definisce più realista o sognatore?

«Dipende molto dai momenti. In linea generale mi sento ancora pieno di sogni anche se i miei coincidono spesso con il desiderio di viaggiare. Purtroppo gli attentanti terroristici che hanno colpito l’Europa di recente hanno generato una paura così grande da farci sentire tutti un po’ più soli. Ho come l’impressione che l’individualismo sia tornato di moda e che l’attacco al Bataclan sia stato, a livello simbolico, un duro attacco alla collettività e pertanto ancora più pericoloso».

Cosa la spaventa maggiormente?

«Provo a non cedere all’istinto di chiudermi, mi confronto con i miei più cari amici ma non le nascondo che questo periodo della mia vita è sicuramente dominato dall’inquietudine. Vivo in bilico tra sogno e delusione, un cocktail di emozioni contrastanti. Con l’avvicinarsi delle elezioni in Francia il rischio è quello del caos totale».

Ho letto che per lei il cinema ha una funzione consolatoria. Non crede che sia sempre più difficile per il cinema adempiere a questo compito?

«L’ultimo film che mi ha dato questa sensazione è stato Julieta di Pedro Almodovar. Un amico una volta mi disse che un film è un bene, a prescindere che sia bello o brutto, quando ti restituisce il desiderio di vivere. E lo stesso vale per qualsiasi opera d’arte. Recentemente ho rivisto Aprile di Nanni Moretti e  l’ho adorato per l’equilibrio perfetto tra interesse per la collettività e vita intima nonostante sia stato girato in un periodo di crisi politica del vostro paese».

Due anni fa ha esordito dietro la macchina da presa. Che cosa la ispira da regista?

«Quando vado al cinema sogno di vedere un film che mi parli con semplicità di qualcosa a cui penso giorno e notte. Il cinema deve essere illuminante, come quello di Nanni Moretti, che riesce ad interpretare le nostre emozioni a cui noi stessi non sappiamo dare un nome. Io non sono così ambizioso e probabilmente non ne avrei neanche le capacità. Per cui i miei soggetti sono generalmente più semplici».

Siamo tutti ansiosi di vederla nei panni di Jean Luc Godard nel film di Michel Hazanavicius, Le Redoutable.

«Il film è incentrato su due anni della vita di questo artista che con l’avvento del ’68 avvertì l’esigenza di stravolgere il proprio modo di lavorare  per essere più in armonia con il mondo contemporaneo ma finì per sacrificare la propria vita privata. Sono in pochissimi a conoscere questa fase della sua storia».

Ci ha mai parlato?

«No mai. So che è una persona molto critica, in particolare sul cinema ma sono ansioso di conoscere il suo parere sul film. Lo ritengo tuttora il regista più moderno di tutti».

Non la preoccupano le critiche?

«Più che le critiche mi hanno interessato sempre di più i sentimenti altrui».

Pubblicato originariamente su Vanity Fair Italia

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