Roan Johnson: «Vi racconto il mio male di vivere»

Roan Johnson non finisce mai di stupirci. Prima vince un premio letterario per la sua opera d’esordio, Prove di felicità a Roma Est. Poi entusiasma la critica cinematografica con due commedie, I primi della lista e Fino a qui tutto bene, film eroicamente realizzato con soli 250.000 euro. Ora, dopo il passaggio in sordina alla Mostra del Cinema di Venezia di Piuma, suo terzo film, lo ritroviamo in veste di scrittore.

Il libro si intitola Dovessi ritrovarmi in una selva oscura (clicca qui per acquistarlo), sarà in libreria dal 14 febbraio, e vi colpirà per il candore e l’ironia con cui il regista nato a Londra e cresciuto a Pisa si mette a nudo raccontando il suo incontro con il “male di vivere”.

Quello spleen, per dirla alla Baudelaire, con cui tutti siamo prima o poi costretti a fare i conti. Roan Johnson lo fa a attraverso un racconto breve in cui spiega in modo fantasioso i suoi tormenti interiori partendo dal giorno in cui un atipico mal di testa si è inserto tra lui e un orgasmo imminente…

Come mai ha sentito l’esigenza di raccontare una parte così dolorosa della sua vita in un libro?

«Mi sono accorto che dopo essere stato per anni un accanito lettore di fiction, ad un certo punto mi appassionavano solamente i libri di storie vere (tra cui “Il male oscuro” di Berto e “La fatica di essere se stessi” di Alain Ehrenberg). È da questa passione che parte il desiderio di raccontare la mia storia. Parallelamente sono successe tantissime cose: ho girato due film, una serie televisiva – I delitti del BarLume – e sono nati i miei due figli. Ero turbato in un momento della mia vita in cui non avrei avuto ragione di sentirmi in difficoltà».

È un’operazione che le ha richiesto molto coraggio?

«La prima stesura è stata talmente istintiva che non mi sono posto il problema. Poi quando ho cominciato a ragionare da scrittore mi sono cagato un po’ a dosso. Ora, a pochi giorni dalla pubblicazione del libro, non le dico. Ho fatto pace con me stesso rispetto, con i miei difetti e i miei limiti da tempo. Ciò che mi dispiacerebbe di più è rendermi conto di aver mancato di rispetto alle altre persone che ho incluso nel racconto, di non essere stato abbastanza bravo a camuffare gli episodi che li vedono coinvolti».

Quanto la spaventa il giudizio altrui?

«Nella vita non si smette mai di essere giudicati, in particolare se uno sceglie di fare lo scrittore o il regista. I social pullulano di offese ma credo sia anche giusto misurarsi con il giudizio delle persone. Più si riesce a rimanere se stessi nonostante la gente ti offenda e meglio è».

Nel libro si individuano due metafore chiave: la schizofrenia come super potere e il disturbo come salvezza.

«Devo la prima a mio padre, al suo ottimismo e alla sua positività. Non ero mai tornato a riflettere così profondamente su quegli episodi, un po’ per vergogna, un po’ perché non sono episodi che si raccontano con nonchalance in una conversazione tra amici. Scrivere questo libro è stato per me terapeutico. Freud diceva che la nevrosi è una malattia ma è anche il portato morale della nostra società».

Pensa che sia difficile stabilire un rapporto di empatia con il lettore di questi tempi?

«No, anzi credo che siano pochi quelli che non hanno mai sofferto d’ansia o di attacchi di panico. Se ancora non sono in quella fase è solo perché è troppo presto. Ognuno ha il suo demone da affrontare, nessuno è immune dalla paura. Il lettore più difficile da conquistare potrebbe essere quello più giovane. Io stesso se avessi letto un libro del genere prima dei vent’anni, quando mi sentivo onnipotente, avrei faticato a comprendere».

Chiunque abbia mai sofferto di ansia, nevrosi o depressione sa che è un rapporto destinato a durare per sempre, un po’ come quello del tossicodipendente con la droga. Lei che tipo di compromesso ha siglato?

«Scriverne e leggerne è il primo step per venire a patti e accettare la convivenza. Avere paura è normale per chiunque si fermi a pensare al senso della vita. È pretestuoso credere che l’uomo possa essere tranquillo e felice della vita che ha. Viviamo in uno stato di fragilità e follia contraddittoria permanente. Anche solo l’idea della morte in sé potrebbe portare alla pazzia. Prendiamo Siddharta: dopo varie esperienze di vita sostiene di sentirsi un tutt’uno ma quanto tempo può durare? È impossibile che le paranoie non siano riaffiorate ad un certo punto!».

In Piuma rivolge il suo sguardo ai Millennials, in Fino a qui tutto bene alla generazione precedente alla sua e ne I primi della lista a quella addirittura antecedente. Non è che al cinema preferisce prendere le distanze da sé? Sarebbe pronto a trasformare questo libro così personale in un film?

«Nei film parlo di me indirettamente. Sono geloso dei miei romanzi e non permetterei a nessuno di stravolgerli, soprattutto conoscendo i meccanismi del cinema. Mi verrebbe difficile trarre un film da questo libro che è un flusso di coscienza. Dovrebbe esserci un’idea ulteriore per la trasposizione ma ho una certa resistenza anche ad un progetto di questo tipo».

Quali reazioni si aspetta dai suoi lettori? Sa che dopo Smetto quando voglio Sydney Sibilia era inondato da lettere di ricercatori… teme un effetto del genere?

«Non mi aspetto di scalare le classifiche dei best-seller ma spero che questo libro possa essere anche di aiuto a chi lo legge, che possa arricchirlo, che si instauri una connessione profonda. Questa sarebbe la soddisfazione più grande».

Originariamente pubblicato su Vanity Fair Italia

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