Casey Affleck: “Per essere credibile un attore non può fingere”

Domanda: “quando ha deciso di voler fare l’attore?”. Risposta: “Ancora non ne sono sicuro”. Casey Affleck, 41 anni, sta per vincere un Oscar ma a Hollywood rimane un outsider. Con il fratello Ben ha poco in comune. Ma è a lui che deve principalmente la sua notorietà. Il talento naturale, messo in luce da film come L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, non è bastato a lanciare una carriera costellata di alti e bassi. Il carattere, schivo e riservato, scoraggia persino i paparazzi più indomiti.

Ma il giorno del nostro incontro a Toronto, in occasione della première di Manchester by the sea (al cinema dal 16 febbraio), Casey è tutt’altro che ritroso. Brillante, ironico e auto-ironico. Per nulla egocentrico. Una gemma rara nel suo settore. Il look, capelli lunghi e spettinati e barba incolpa e l’aria stralunata confermano l’indole ribelle.

Di lui la definizione più bella la offre l’amico di sempre, Matt Damon: “Casey è un puro. Ha più integrità morale di me e Ben messi insieme”. Ed è stato proprio lui, rinunciando al ruolo del tormentato tuttofare di Manchester by the sea (che finora gli è valso oltre 20 premi, compreso il Golden Globe), a concedergli l’occasione di una vita.

Nel film è Lee Chandler, un uomo rissoso e taciturno, alle prese con l’elaborazione di un terribile lutto. Un uomo con cui una star del cinema non dovrebbe avere nulla a che vedere. Ma anche su questo Casey fa eccezione…

Lee Chandler è un personaggio atipico. A primo impatto è pacato ma basta un parola per scatenare l’inferno… le è mai capitato di dover gestire così tanta rabbia?

«Siamo bravissimi a mentire! Nella vita quotidiana fingiamo spesso di stare bene mentre dentro nascondiamo una bomba ad orologeria. Sono il primo ad auto-censurarmi per evitare di esplodere. L’unica soluzione che abbiamo per esprimerci liberamente è circondarci di persone che ci amano per ciò che siamo. Sono le uniche pronte a sopportare persino la nostra parte più sgradevole, i nostri malumori».

Quanto è riuscito ad entrare in contatto con un personaggio che porta con sé un dramma così atroce?

«Ho provato ad esplorare i miei sentimenti più reconditi. L’unico prerequisito necessario per interpretare Lee Chandler era avere accesso diretto alle proprie emozioni. Per essere credibile un attore non può fingere».

Le risulta facile liberarsi dal dolore al termine delle riprese?

«Da un lato non vedo l’ora di prenderne le distanze e tornare a casa dai miei figli (Indiana di 12 anni e Atticus di 9, avuti dall’ex moglie Summer Phoenix, sorella di Joaquin, ndr), dall’altro voglio rituffarmi subito in quell’atmosfera. Sono come un soldato che dopo essere rimpatriato continua a sognare di tornare in guerra per quanto orrenda abbia verificato che sia».

Mi sta dicendo che recitare è come andare in guerra?

«È un lavoro strano. Non c’è nulla di particolarmente magico nell’essere un attore. Chiunque può diventarlo se messo nelle giuste condizioni. L’unica cosa di veramente speciale è lavorare per un breve periodo di tempo con delle emozioni e investire il restante nel liberarsene».

Si è mai chiesto perché è portato ad interpretare uomini sempre così angosciati? A quando l’appuntamento con un eroe romantico?

«I cavalieri senza macchia sono dei grandissimi bugiardi. Ma magari sono io ad essere ignorante in materia di romanticismo. In amore sono un disastro! Sono soddisfatto perché da attore ho sempre scelto i personaggi in cui mi identificavo. Mi dava solo fastidio l’idea di non poter mostrare quei film ai miei figli perché, nella maggior parte dei casi, o uccido qualcuno o vengo ammazzato. Ho pensato di ovviare con L’ultima tempesta (film Disney) ma si sono annoiati talmente tanto che mi sono ripromesso di non tradire più i miei gusti».

Oggi si parla di lei come del prossimo vincitore del premio Oscar ma la sua carriera non è mai stata lineare. Colpa del continuo paragone con suo fratello Ben?

«Non saprei. Per anni ho aspettato che mi venissero offerte delle occasioni per emergere e ci sono già stati dei ruoli che avrebbero potuto cambiarmi la vita. Ma quel momento, fino ad oggi, non è mai arrivato e ad un certo punto ho perfino pensato di smettere. All’idea di accettare un film solo per tirare a campare preferisco quella di cambiare lavoro. Manchester by the sea è un film che considero speciale ma ormai ho sviluppato un tale meccanismo di sopravvivenza che mi rende totalmente impermeabile alle aspettative. Certo è che se le persone continueranno a farmi complimenti potrei finire per crederci!».

Presto tornerà alla regia con il film Light of My Life. Dove ha trovato il coraggio dopo il flop e le critiche ricevute per il mockumentary I’m Still Here con Joaquin Phoenix?

«Io e Joaquin volevamo risultare credibili pur proponendo qualcosa di totalmente assurdo. Eravamo convinti che gli spettatori avrebbero riso e invece l’hanno preso tutti maledettamente sul serio e alla première ridevamo solo io e lui. È brutto vedere le persone reagire in modo così negativo e veemente. Spero che il nuovo film abbia un percorso diverso. Bisogna confidare nell’intelligenza della scrittura e del pubblico».

Originariamente pubblicato sul settimanale Tu Style

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