Marco D’Amore: «Il successo, che paura»

Quando lo vedo arrivare a Sorrento per ritirare il premio come miglior attore dell’anno mi è subito chiaro che Marco D’Amore non smania all’idea di riceverlo. Il successo di Gomorra – La serie, in cui presta anima e corpo al passionale quanto deplorevole boss della camorra Ciro Di Marzio, non ha travolto questo giovane interprete, avvenente e determinatissimo.

Tra stringere una statuetta e sporcarsi le mani sceglierebbe senza dubbio la seconda opzione, come ci hanno dimostrato le sue scelte controcorrente, dopo la popolarità ottenuta con il progetto ideato da Roberto Saviano.

A teatro dirige American Buffalo di David Mamet, adattandolo alla sua Napoli, al cinema racconta la tragedia dell’Eternit restando aggrappato al sogno di poter decidere sempre del suo futuro, senza annegare necessariamente in un mare di selfie.

Come si sente in questo periodo della sua vita, così ricco di riconoscimenti?

«Il 2016 è stato l’anno in cui ho finalmente cominciato a realizzare il mio desiderio di muovermi in ambiti diversi, cioè teatro, cinema e tv e di farlo non semplicemente come interprete ma anche come produttore al cinema e regista a teatro. Mi auguro che possa essere solo l’inizio. Dal canto mio non smetterò mai di lavorare perché questo avvenga ma sa bene che in questo lavoro deve esserci sempre qualcuno che ti offre una possibilità, lo definirei un concorso di colpe (ride, n.d.r.)».

Che cos’è per lei il successo?

«Mi spaventa un po’ in relazione alle manifestazioni di entusiasmo. Lo vivo con sobrietà perché so che tutto potrebbe cambiare in un momento. Per me il successo equivale alla possibilità di scegliere, di non avere il cappio al collo dell’economia. Dover fare certe cose per vivere è deprimente. Ho tanti colleghi meravigliosi che sono costretti a cedere a questo ricatto. Tento di costruire dei ponti con delle fondamenta solide ma il mio entusiasmo è esclusivamente legato al lavoro, non ho velleità di popolarità né di superficialità».

Al cinema si cimenterà presto in un film che offrirà uno sguardo diverso sulla disabilità, dal titolo Brutti e Cattivi. Un progetto rischioso, tanto per cambiare!

«Le confesso che è un progetto a cui sono molto legato, anche se il vero protagonista è Claudio Santamaria. È un copione che mi ha convinto fin dall’inizio perché credo che sia un film che si esprime attraverso un linguaggio molto innovativo e si iscrive nel filone di rinnovamento inaugurato da Lo chiamavano Jeeg Robot. Racconta un’umanità spesso osservata attraverso la lente del pietismo dimostrando che l’essere umano, nonostante le menomazioni del corpo, ha sempre la possibilità di rispondere attraverso lo spirito e l’emotività in maniera sorprendente».

Lei non si risparmia mai neanche dal punto di vista politico. Dopo Un posto sicuro sulla triste vicenda Eternit ha scelto di interpretare il corto Uomo in mare sulla storia di un testimone di giustizia. Cosa ci ha trovato di interessante?

«Mi ha colpito constatare come i testimoni di giustizia, che hanno la sola colpa di aver compiuto il loro dovere di cittadini, vengano sospesi in un limbo fatto di mesi, anni di attesa, estirpati dalla propria vita e dai propri affetti, passando agli occhi di chi li osserva alla stregua dei criminali».

Quand’è che si sente meno protetto da cittadino?

«È di due giorni fa la notizia del risultato choc del processo Eternit che ha deciso di procedere per omicidio colposo. Trovo che sia vergognoso e che costituisca un’altra occasione che il nostro Paese ha mancato per attestare il diritto fondamentale alla salvaguardia dei lavoratori e della loro salute. In pratica, un incentivo a farla franca, un percorso molto pericoloso se penso al futuro. Oggi, alla luce di questi fatti, posso affermare di non sentirmi tutelato dalla giustizia».

So che è già sul set della terza stagione di Gomorra – La serie, posso rubarle qualche anticipazione?

«No, perché credo sia sacrosanto rispettare l’attesa. È sempre un set entusiasmante perché sappiamo di essere i protagonisti di un progetto benvoluto. Allo stesso modo siamo consapevoli di fare un racconto di una fetta della nostra società molto amara, che causa la sofferenza di tante persone ed è per loro che ci sentiamo più responsabili».

Gomorra sta avendo grande successo anche negli Stati Uniti. Ha sognato l’American Dream?

«No, forse sono l’unico in questo Paese a dirlo da sempre. Ho desiderio di affermarmi nel mio Paese, mi sento un attore europeo. Penso che l’Italia sia uno dei centri dei problemi più interessanti da raccontare e che nutrono il cinema e il teatro. È giusto sognare di misurarsi con altri linguaggi e con altri autori, anche stranieri, ma soffro spesso dinanzi a bravissimi attori costretti a recitare due battute in un film americano quando potrebbero esserne tranquillamente i protagonisti».

Nei prossimi mesi uscirà il film Gomorroide, una delle tante parodie di Gomorra. A lei la infastidiscono o la divertono?

«Penso che siano il prodotto dell’entusiasmo che è nato intorno al nostro lavoro. Sono convinto che non farò mai la parodia del mio personaggio perché altrimenti non riuscirei a ripresentarlo agli occhi del pubblico e perché ne ho una visione tragica, né parodica né farsesca. Sono più o meno divertito dai risultati che vengono fuori e che testimoniano un’ammirazione che coincide con un’immaginari collettivo di cui fanno parte Il Padrino e tanti altri capolavori del genere».

Il prossimo step potrebbe essere il suo primo film da regista?

«Non le nascondo che ci penso tanto e che mi sono arrivate delle proposte ma sono molto accorto anche in questo perché è un passo importante. Arriverà quando mi proporranno una storia verso cui avvertirò un legame indissolubile».

Pubblicato originariamente su Vanity Fair Italia

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