Com’è il nuovo libro di Saviano, La paranza dei bambini

“Guardati dentro profondamente, ma se non provi vergogna non lo stai facendo davvero. E poi chiediti se sei fottuto o fottitore”

“Fottuto o fottitore” è in queste due categorie che si divide il mondo secondo Nicolas Fiorillo, detto Maraja, sfrontato protagonista del nuovo libro di Roberto Saviano. I mini-boss de La paranza dei bambini subentrano ad una generazione di criminali che, al pari della società civile, è incapace di gestire la propria eredità. Napoli non è poi cambiata molto dai tempi di Gomorra, forse si è addirittura involuta. È al posto di comando che c’è stato un sovvertimento dell’ordine.

Alla generazione di Schiavone è succeduta quella raccontata ne La paranza dei bambini, giovani criminali senza avvenire che si muovono in una città fantasma in cui “non esistono percorsi di crescita: si nasce già nella realtà, dentro, non la scopri piano piano”.

L’identikit della camorra 2.0 corrisponde a quello di una banda di quindicenni che si ispira al Camorrista di Giuseppe Tornatore, segue i precetti de Il Principe di Machiavelli (che insegna a “cumannà”) e “tengono armi e palle” come i terroristi dell’ISIS con i quali condividono aspirazioni e affinità culturali.

Persino i casalesi appaiono dei miserabili in confronto al loro immaginario governato dagli X-Men, Quentin Tarantino e Martin Scorsese sulle note di 50 Cent. A fanculo i legami di sangue! I baby boss sono dei cani sciolti che si credono self-made men, schifano la vigliaccheria dei propri padri e la pezzenteria di chi lavora onestamente per quattro soldi.

Crescono a pane e videogame, spesso sono dei nerd incalliti con le braccia come estensione dei pc. Imitano la cresta e l’atteggiamento strafottente di Genny Savastano e sognano l’ascesa di Walter White in Breaking Bad.

Per la prima volta, a dieci anni dalla pubblicazione del libro che nel 2006 gli cambiò la vita condannandolo a vivere sotto scorta, Saviano scrive un romanzo di finzione. La forma cambia ma l’incipit è lo stesso che Francesco Rosi scelse per Le mani sulla città:

«I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce»

Ne La paranza dei bambini non si realizza solo l’evoluzione di Saviano scrittore ma anche quella del personaggio Saviano, del Saviano rockstar. Calunnia, infanga Napoli. Specula. Fa il tuttologo. Sta sempre in mezzo. È diventato un marchio.

Neanche i politici riescono ad essere tanto divisivi da noi quanto Saviano, puntualmente idolatrato dai suoi fan e schernito dai suoi haters a causa del famoso successo/talento che non si perdona e di una snervante mania di protagonismo e presenzialismo (tra cinema, teatro, web e tv).

Anche il suo nuovo libro, pubblicato solo sei giorni fa, non mancherà di suscitare polemiche. Nicolas “buca lo schermo”, scrive il suo creatore, ancor prima di definirne l’essenza sulla pagina. Sono ufficialmente aperte le scommesse sulle tempistiche con cui Sky annuncerà la trasposizione del romanzo sul piccolo o sul grande schermo.

Nel tour di promozione che ha inaugurato alla Feltrinelli di Roma Saviano ha persino scelto di farsi accompagnare da alcuni tra gli artisti più in voga tra le teenager. Così dalla discutibile partecipazione ad Amici di Maria De Filippi abbiamo testimoniato il passaggio in versione promoter di Baby K e Lorenzo Fragola con tanto di “groupie” di X Factor al seguito.

Fortuna che è lui il primo a riconoscere e sottolineare le proprie contraddizioni: “Scrivo per due motivi: per vendicarmi e per condividere riflessioni ed emozioni. Sono ossessionato dall’idea che la scrittura possa cambiare il mondo. Scrivo per incidere nella carne del reale”, ha dichiarato in un’intervista recentemente rilasciata a D – La Repubblica.

Comunque la si pensi, Roberto Saviano rimane uno degli intellettuali più fini e coraggiosi del nostro Paese, una figura autorevole e carismatica. Evitateci cortesemente il solito sermone sull’inutilità della scorta. Proteggiamo Roberto Saviano e ci teniamo a proteggerlo. Il suo nuovo libro è scorrevole, appassionante, solo in apparenza meno illuminante dei precedenti, più umano e radicale. Dice tanto di “noi” e non solo di “loro”.

Dopo aver vivisezionato i meccanismi di potere lo scrittore si sofferma su quelli di mera sopravvivenza. La scelta del dialetto e i ragazzini scafati richiamano istantaneamente alla memoria gli accattoni di Pier Paolo Pasolini. Mai così distante. I “paranzini” non sono ragazzi di periferia, né  figli di proletari ma di famiglie piccolo o medio borghesi che trovano nel denaro facile e nella violenza l’unica forma di affermazione possibile.

“Per questi ragazzi la vita non conta niente. Sarebbe facile dire sbattiamoli in galera e liberiamoci di loro ma io voglio capire quanta innocenza c’è in questa colpevolezza”, spiega Saviano che sfida le sue platee adoranti: “Non mi sembra che il nostro capitalismo contemporaneo si differenzi così tanto dal loro modo di vivere”.

Una sfida, un invito. Forse no. Le affermazioni di Saviano suonano quasi come un’implorazione all’ascolto, ad aprire gli occhi, a preoccuparci di chi siamo e di chi abbiamo di fronte, a non giudicare frettolosamente.

Ci rifletto, mentre curiosamente mi tornano alla mente le parole del clown franco algerino Miloud Oukili (il fondatore dell’Associazione Parada) che con l’arte circense ha salvato migliaia di ragazzini dalla disperazione. 

“Non esistono bambini di strada, ma bambini dimenticati da adulti e quegli adulti siamo tutti noi”.

Pubblicato originariamente su Wired Italia

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