Ma dici a me? I 40 anni di Taxi Driver

“Questa è la vita…i maschi si devono divertire”, è con queste parole che si congeda il protagonista di Auto Focus nella scena finale di uno dei film più riusciti di Paul Schrader. Il motto potrebbe valere per quasi tutti gli anti-eroi nati dalla mente dello sceneggiatore preferito di Martin Scorsese.

È di quest’anno il primo crime movie della sua carriera, lo strampalato, eclettico ed esilarante Dog Eat Dog, tratto dall’omonimo best-seller di Edward Bunker, scrittore amato anche da Quentin Tarantino. Incontro Schrader a Toronto.

Mi stringe la mano e si affretta a raccontarmi che è reduce da una rilassante vacanza alle terme in Toscana. Ha da poco compiuto settant’anni ed è un uomo gentile e perbene, ben diverso dalle decine di personaggi, scontrosi, ambigui e spesso repellenti, a cui ha dato vita sul grande schermo.

Rispondono all’identikit anche i tre folli protagonisti di Dog Eat Dog: il leader Troy (Nicolas Cage), il muscoloso Diesel (Christopher Matthew Cook) e il violento Mad Dog (Willem Dafoe), ex galeotti alle prese con un colpo che potrebbe garantirgli il denaro sufficiente per ritirarsi alle Hawaii.

«Non avevo intenzione di realizzare un crime movie. Questo film nasce dalla promessa che avevo fatto a Nic (Cage, n.d.r.) dopo quel disastro di Dying of the light che mi è stato letteralmente sottratto e rovinato in fase di ri-montaggio (dalla Lionsgate che ne aveva acquistato i diritti, n.d.r.)», puntualizza lo statunitense.

«Gli dissi che alla prima buona occasione saremmo tornati a lavorare insieme. Un anno dopo mi hanno proposto questa sceneggiatura che ho amato fin dalla prima pagina». Per l’occasione Cage e Dafoe sono tornati a lavorare insieme a venticinque anni di distanza da Cuore selvaggio di David Lynch. «Sono attori straordinari, interpretano due persone orribili ma ti diverti comunque a guardarli».

Vietato annoiare: è questa la strategia che Schrader ha adottato per approcciarsi ad un genere mai visitato prima e che ha ribattezzato “un esercizio del cattivo gusto”. Ritiene la provocazione parte integrante del suo lavoro, per questo forse non si stupisce che dagli anni Settanta ad oggi non vi sia stato un solo personaggio partorito dalla sua fantasia che non abbia suscitato clamore.

Il capostipite fu Travis Bickle, il disturbato protagonista di Taxi Driver con cui Robert De Niro riscrisse la storia del cinema a partire dalla celebre battuta: “Are you talkin’ to me?” che pronunciava ripetutamente atteggiandosi davanti allo specchio. Proprio quest’anno quel capolavoro, scritto da Schrader e diretto da Scorsese, festeggia il suo quarantesimo anniversario.

«È un film che non muore mai. Non ho mai avuto modo di guardarlo in prospettiva perché ancora me ne parlano tutti in continuazione», afferma soddisfatto. Ma il suo motivo di orgoglio è un altro: «la capacità di generare nei giovani che lo guardano il desiderio di fare cinema».

Contrariamente a quanto si possa pensare, anche dopo il successo internazionale di Taxi Driver e Toro Scatenato, Schrader ha continuano a lavorare in autonomia, lontano dallo studio system che, come ci fa sapere, sta via via scomparendo. «Quel sistema è morto. Il lato positivo è che i film non sono più costosi, quello negativo è che non c’è più guadagno».

Quanto ai new media preferisce non arroccarsi su posizioni stantie. È stato uno dei primi a sperimentare il crowdfunding e perfino i casting online. Si intrattiene quotidianamente su Facebook con i suoi amici critici e non esclude neanche una futura collaborazione con Amazon o Netflix.

«I nuovi sceneggiatori sono coraggiosi come lo furono quelli della sua generazione negli anni Settanta?», gli chiedo. «Oggi i migliori lavorano in tv, ho collaborato con alcuni di loro e li trovo acuti e brillanti, peccano che non si possa dire lo stesso dei loro datori di lavoro!», risponde con un sorriso.

La buona notizia è che Schrader, che considera l’autocensura il pericolo più grande, nel futuro ci crede ancora. Fosse anche solo per quel segreto che condivide con il suo amico Scorsese: «Alcune volte vai sul set e niente sembra andare per il verso giusto. Se hai abbastanza esperienza sai che arriverà un momento in cui tutto assumerà magicamente un senso. È la consapevolezza dell’esistenza di quel momento a mantenere ancora viva la nostra passione».

Pubblicato originariamente su Rolling Stone Italia

 

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