MANCHESTER BY THE SEA, Kenneth Lonergan: “La sfida più grande? Dare sincerità al dolore”

Gli applausi scoscianti al termine della première di Manchester by the sea al Toronto Film Festival sono più che gratificanti per Kenneth Lonergan. Lo sceneggiatore di Gangs of New York nonché regista di Conta su di me, è tornato dietro la macchina da presa dopo un’estenuante battaglia legale durata oltre sei anni per il riconoscimento del final cut di Margaret.

Supportato da Martin Scorsese – che ha definito il film “un capolavoro” – Lonergan ha avuto la meglio sul produttore Gary Gilbert. Una vittoria che è nulla a confronto delle soddisfazioni che potrebbe regalargli Manchester by the sea, complici una sceneggiatura pressoché impeccabile e la superba interpretazione di Casey Affleck.

L’attore de L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford è perfettamente a suo agio nel ruolo (che doveva essere di Matt Damon) di Lee, un operaio cinico e taciturno costretto a tornare a casa, in Massachusetts, per occuparsi del nipote adolescente in seguito alla morte prematura del fratello.

Non l’unico dolore con cui il solitario Lee deve fare i conti… Abbiamo chiesto al regista com’è riuscito ad orchestrare un’opera dalle note tanto dolenti quanto rassicuranti.

Qual’è stata la sfida più grande che ha dovuto affrontare durante la realizzazione del film?

La conditio sine qua non era la sincerità. Più di ogni cosa volevo essere onesto nella rappresentazione della condizione di dolore vissuta dai protagonisti, Lee e suo nipote Patrick (Lucas Hedges, n.d.r.). È la difficoltà più grande ma anche la parte del lavoro più arricchente.

Il ruolo di Lee doveva essere inizialmente interpretato da Matt Damon. Non si può certo dire che Casey Affleck lo faccia rimpiangere..

Nessun altro attore avrebbe potuto sostituire Matt ad eccezione di Casey. Ci conosciamo da tantissimi anni, abbiamo lavorato a teatro per la prima volta nel 2002. Lo ammiro profondamente anche se sul set sa essere molto impegnativo. Chiede spiegazione per ogni singola azione o battuta del personaggio ma questo sprona anche me ad essere più meticoloso.

Manchester by the sea è un altro film sull’amore, la perdita e l’importanza dei rapporti familiari. A cosa è dovuta la scelta di questi temi ricorrenti?

Questo è un film sull’elaborazione del lutto e sul modo in cui le persone si uniscono per cercare di superare i momenti di dolore. Il fil rouge nei miei film non è la morte ma il modo in cui affrontiamo la vita quando non abbiamo mezzi per farlo con serenità. È toccante, specie per una persona estremamente sensibile ed emotiva come me.

Come nei suoi precedenti film anche in questo il senso dell’umorismo è una componente imprescindibile..

Senza l’humour il film morirebbe. Mi piace l’idea che nei miei film sia presente anche l’aspetto comico della vita. La vitalità di Patrick trova principalmente espressione nella sua simpatia, altrimenti sarebbe solo la storia di un uomo morto dentro.

Come si è sentito a tornare dietro la macchina da presa dopo i problemi avuti in fase di post-produzione per Margaret?

È andata bene perché i problemi, in quel caso, erano di natura procedurale e non creativa. Non correvo il pericolo di ripetere l’esperienza perché avendo Matt Damon come produttore ho avuto la fortuna di lavorare nelle migliori condizioni per realizzare esattamente il film che volevo.

L’ha vissuto come un riscatto?

Sicuramente avrei voluto che Margaret fosse visto da più persone e sono felice che Manchester by the sea abbia già ricevuto un grande consenso da parte della critica e del pubblico. Il risentimento non mi appartiene ma sono certamente felice che per questo film sia andato tutto nel verso giusto.

L’uso della colonna sonora è peculiare. Come mai è proprio l’adagio a fare da sottofondo al climax?

Doveva essere solo una scelta momentanea ma poi mi ha convinto il ritmo che riusciva a dare alla scena. Non riesco a farmi venire in mente nessun altra melodia capace di suggerire la misura del dolore come l’adagio. Gli altri brani mi servivano a cambiare prospettiva della situazione, ad allentare o sostenere la tensione.

Che effetto le fanno le sirene dell’Academy?

È molto gratificante che i critici ne scrivano ma anche strano visto che tutto sommato si tratta di un film indipendente che ha richiesto il sacrificio di tutti.

Pubblicato originariamente su La Rivista del Cinematografo

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