Dakota Fanning: “Scusate se sono cresciuta”

I luminosi occhioni azzurri e la simpatica parlantina sono gli stessi che stregarono Sean Penn sul set di Mi chiamo Sam. “Starle vicino è una gioia”, dichiarò Denzel Washington che le faceva da guardia del corpo in Man on Fire. Ma Dakota Fanning è cresciuta. La bambina prodigio, che a otto  anni diventò la più giovane candidata agli Screen Actors Guild Awards, si è trasformata in una ventiduenne intelligente e volitiva.

Se qualcuno ha notato la somiglianza dei suoi occhi con quelli di Bette Davis non è certo a causa della tristezza che connotava lo sguardo della diva di Eva contro Eva. Quando ci incontriamo a Toronto, Dakota è raggiante e disinvolta, non programmatica (questa è la vera sorpresa) come le ex baby star rischiano di essere dopo centinaia di interviste.

Merito della vita da ragazza qualunque (o quasi) che cerca di condurre: dal 2011 frequenta la New York University e nel tempo libero legge, fa sport e si gode la Grande Mela in compagnia delle amiche. Ha anche un fidanzato (il modello inglese Jamie Strachan) ma non è lui il centro del suo mondo, si intende.

Presto esordirà come produttrice del debutto alla regia dell’amica Kirsten Dunst ma il motivo del nostro incontro è American Pastoral, il film tratto dall’omonimo capolavoro di Philip Roth di cui è protagonista insieme a Ewan McGregor (che ne è anche il regista) e Jennifer Connelly.

Dakota interpreta Merry, l’adorata figlia di Seymour Levov, ribattezzato al liceo «lo Svedese» per il fisico atletico e i capelli biondi e stimato membro della comunità ebraica di Newark.

Complici la guerra in Vietnam e il fermento della rivoluzione giovanile di fine anni Sessanta, Merry rivelerà un forte spirito anticonformista compiendo scelte che colpiranno al cuore la rispettabilità della sua famiglia.

Ha avuto problemi ad interpretare un personaggio poco amabile?

«Sono rimasta folgorata dal modo in cui Philip Roth caratterizza i suoi personaggi e dalla complessità che riesce a dar loro. È stato un onore interpretare Merry in un mondo come il nostro in cui sono tutti ossessionati dall’idea di piacere, dall’idea di riscatto, dalla luce in fondo al tunnel…».

Si è fatta un’idea di quali siano le ragioni che la spingono a gesti tanto estremi?

«Merry è impetuosa, ha i suoi principi e le sue idee e non ha nessuna intenzione di cambiarli. Non si può interpretare un personaggio senza trovare il modo di amarlo. Mi sono nutrita delle sue convinzioni. Le ho rispettate pur non condividendole. Sono orgogliosa di essere arrivata così lontano».

L’ha aiutata leggere il libro di Philip Roth?

«So che può sembrare strano ma l’ho letto dopo le riprese. Volevo concentrarmi solo sulla sceneggiatura perché sono quelle le informazioni che recepirà lo spettatore. Leggere il libro non è un prerequisito. Il cinema offre un’esperienza diversa, una versione del romanzo che prova a non tradirne l’essenza».

Lei che adolescente è stata?

«Un’adolescente come tante altre, sentivo di non essere compresa come avrei voluto e mi facevano imbestialire le persone che mi dicevano che i miei problemi non erano nulla in confronto alle responsabilità che avrei affrontato in futuro, che un giorno avrei ripensato a quei momenti con un sorriso. Oggi mi ritrovo a fare lo stesso con i più giovani».

Quindi non è una ribelle?

«Non mi descriverei come una persona ribelle ma di certo non sono una che si tira indietro. Tendo ad essere molto protettiva nei confronti delle persone che amo e mi scaglio senza pietà contro chi mi fa del male (ride, n.d.r.). Detto questo non ho problemi a seguire le regole e nessuna voglia di mettermi nei guai».

Da attrice può capire cosa significa essere parte di un sistema, come l’industria del cinema, che impone dei diktat. Ha già imparato a farsi valere?

«Mi trovo in una posizione privilegiata perché, pur essendo ancora molto giovane, faccio questo lavoro da 16 anni. Non ci ho messo molto a capire che le mie azioni sarebbero state governate da altre persone e dalla loro percezione di chi sono e delle mie capacità. Ho imparato a riappropriarmi del mio potere decisionale perché sono sicura di essere l’unica persona al mondo a sapere cos’è meglio per me».

Come ci è riuscita?

«Studiando il materiale a disposizione, cercando progetti a cui sentirmi emotivamente legata e lavorando con persone affini al mio modo di pensare. Questa è la consapevolezza che mi gusto a questo punto della mia carriera, è stancante dover sempre obbedire!».

A quale progetto la condurrà questa sua nuova consapevolezza?

«Alla trasposizione cinematografica di The Bell Jar (La campana di vetro di Sylvia Plath, n.d.r.) di cui sarò protagonista e produttrice. Il fatto che dietro la macchina da presa ci sarà per la prima volta la mia cara amica Kirsten Dunst è una motivazione in più. Non vedo l’ora di cominciare le riprese. Nessuno si era mai azzardato ad adattare questo testo finora e credo che sia un peccato perché si tratta di un libro importantissimo per noi donne».

Sua sorella Elle sta seguendo le sue stesse orme. La riterrà mai una sua rivale?

«Questa storia della rivalità mi fa veramente ridere! Direi che è l’esatto opposto. Insomma sono ambiziosa, ci sono tante sfide che voglio ancora affrontare e tanti obiettivi che voglio raggiungere ma se c’è una persona al mondo per cui desidero il meglio dalla vita quella è proprio mia sorella. Capisco che le presunte gelosie possano incuriosire ma non è questo il caso».

È molto diversa da lei?

«Credo che abbia cominciato a recitare per imitarmi ma che pian piano sia maturata in una giovane donna consapevole del proprio talento e dei propri desideri. Ora non ci consultiamo neanche più! Sono orgogliosa di lei e del suo percorso».

Lei ha trovato difficile diventare una donna dopo essere stata così famosa da bambina?

«Sicuramente non è stato facile. Avrei potuto farmi influenzare dal giudizio altrui e fingere di essere più matura di quanto non fossi ma ho scelto di rispettare i miei tempi. Non volto le spalle al passato perché ne sono orgogliosa ma è un po’ scocciante quando le persone mi fermano per strada per farmi notare quanto sia cresciuta. È come se fossi circondata da vecchie zie. Non so più cosa rispondergli, mi dispiace non essere più la bambina dei vostri ricordi».

Pubblicata originariamente sul settimanale Vanity Fair

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