Juliette Binoche: “Credo nella rivoluzione individuale”

«Stiamo vivendo già da diversi anni un momento di grande crisi e assistiamo alla fine di un mondo che abbiamo creato, atterriti dall’incertezza del futuro. Penso che la vera rivoluzione sia individuale, è impossibile anche solo credere di poter cambiare gli altri». La pensa così Juliette Binoche, tra le regine incontrastate del cinema francese e le attrici più richieste del pianeta. La incontro sulla terrazza di uno dei più noti club privati della Riviera francese.

Al Festival di Cannes si è divisa tra la promozione del suo nuovo film e gli eventi di We Do It Together, la casa di produzione no-profit che supporta, insieme alle colleghe Freida Pinto e Jessica Chastain, per favorire le pari opportunità.

Nonostante i numerosi impegni al nostro appuntamento non si fa attendere. Arriva, puntuale e sorridente, in jeans e camicia. I capelli neri raccolti a scoprirle un viso chiaro, acqua e sapone, più giovane dei suoi 52 anni.

Di persona non è cupa né malinconica come molte delle donne che ha interpretato per il grande schermo, dalla vedova di Tre Colori – Film Blu (che le valse la Coppa Volpi a Venezia nel 1993) alla giovane infermiera de Il Paziente Inglese con cui si aggiudicò il Premio Oscar.

E’ più sfuggente di quanto sembra, a tratti indefinibile. La nostra conversazione è interrotta di frequente dalle sue risate fragorose, che talvolta usa come scudo alle domande più personali. L’allegria è merito anche dell’ultimo ruolo che recita nel film Ma Loute di Bruno Dumont (nelle sale dal prossimo 25 agosto).

Libera dal suo solito approccio minimalista e dalla sobrietà che la contraddistingue, Binoche veste i panni della stravagante nobildonna Aude Van Peteghem, protagonista del bizzarro scontro tra due famiglie agli antipodi nella Francia di inizio Novecento.

La trama è meno lineare di così. Ad un certo punto i personaggi inizieranno a rotolare giù dalle colline, a cibarsi di carne umana e perfino a volare. Ma niente paura, «lasciarsi andare è un valore», ci insegna la diva, talmente gelosa della sua libertà da non aver ancora ceduto alle lusinghe del matrimonio.

E tra un film e l’altro, l’amore per la pittura, l’impegno nel sociale e la vita da mamma (di Raphaël, 22 anni, nato dalla relazione con il subacqueo André Hallé e di Hannah, 16, avuta dall’attore Benoît Magimel, n.d.r.) non riesce a sottrarsi ad una riflessione su un presente pieno di incognite.

In cosa consiste la rivoluzione che auspica?

«Potremo migliorarci, liberarci da tutti i nostri timori, solo quando rinunceremo a quell’avidità che condiziona così tanto le nostre vita e, in un certo senso, a tornare alle origini. Ma ci vorrà molto tempo prima che questo possa accadere».

È un’idea buddista?

«Ho un grande interesse per la mistica, è importante per capire perché esistiamo. Leggo molti libri  a riguardo ma le mie idee appartengono a diverse scuole di pensiero. A vent’anni senti l’impulso di conquistare il mondo ma poi i nostri valori, gli ideali, cambiano e bisogna essere pronti ad accettare il cambiamento. Questa è la parte più difficile».

Che cosa la preoccupa di più in questo momento della sua vita?

«La paura, quanto siamo pietrificati dalla paura del diverso. Non riusciamo più ad entrare in connessione con noi stessi e siamo carichi di rabbia. Se ci fidassimo più gli uni degli altri sarebbe tutto diverso. I conflitti che stiamo vivendo nascono dalla mancanza di empatia. Aprirsi all’altro, essere testimoni della bellezza altrui, è diventato un miracolo, un privilegio per pochi».

Lei invece ha dimostrato grande coraggio nel corso della sua carriera. Per esempio dicendo no a Spielberg per Jurassic Park o a Nanni Moretti per La stanza del figlio. Ha dei rimpianti?

«Spielberg mi chiamò mentre ero impegnata sul set de Gli amanti del Pont-Neuf, ma dire no a Moretti non fu così facile. Avevo appena finito le riprese di Tre Colori – Film Blu e, essendo entrambi i film incentrati sull’elaborazione del lutto, temevo di ripetermi. Mi spaventava anche cimentarmi con la lingua italiana di cui ero totalmente a digiuno. L’anno scorso ho recitato per Piero Messina ne L’Attesa e forse era quello il momento giusto. Avrò sicuramente commesso degli errori nella mia carriera ma mi hanno insegnato qualcosa e quindi ho imparato ad amarli».

A breve la rivedremo in Ghost in the Shell, l’attesissimo remake live action del famoso manga, con Scarlett Johansson. Come vive il ritorno a Hollywood?

«Per me non ha mai fatto molta differenza lavorare in Francia o a Hollywood. Come attrice quello che mi preme di più è raccontare storie di umanità che possano coinvolgere emotivamente il pubblico».

Eppure anche l’industria del cinema vive un momento di grande crisi.

«Non so cosa pensare del futuro, cerco di sopravvivere giorno dopo giorno (ride, n.d.r.). Credo che per tutti noi esista un piano superiore immutabile».

E il suo cosa potrebbe prevedere?

«Le confido che di recente ho pensato di abbandonare momentaneamente la recitazione e prendermi un po’ di tempo per il mio esordio alla regia. Poi mi sono accorta di quanto fosse difficile per me declinare le offerte dei registi. Primo perché amo il mio lavoro, secondo perché devo ancora mantenere la mia famiglia e non è facile ora come ora trovare il modo di reinventarmi. Ma è senz’altro un momento molto positivo e felice della mia vita».

Quanto c’entrano queste considerazioni con il fatto di essere una madre single di due ragazzi?

«I miei figli stanno crescendo e spiccheranno il volo molto presto. Mia figlia è in procinto di partire per frequentare un workshop in America ma non sono ancora indipendenti. Vivono entrambi con me».

Seguiranno le sue orme?

«Preferisco non rispondere per loro. Se così fosse dovranno vedersela da soli!».

Veniamo a Ma Loute. Un film folle, depravato, esilarante. Ha imparato qualcosa di nuovo da tutti questi eccessi?

«Recitare per me è una rivelazione, un’ apertura al mondo, mentre qualcosa dentro di te matura senza che tu sappia cosa abbia esattamente provocato quel cambiamento. Mi sono chiesta perché fosse così facile per me interpretare una donna estroversa e ho capito che era come un ritorno all’infanzia. Mio padre era un mimo e io da bambina lo osservavo molto, imparavo a memoria i suoi numeri e li ripetevo alle mie amiche nel cortile della scuola. Non sa che gioia poter finalmente rivelare la mia parte più selvaggia!».

Quindi non sarà stato difficile per il regista Bruno Dumont coinvolgerla in questa avventura.

«Adoro lavorare con Bruno perché è sempre presente sul set, è attento a tutto e a tutti e ha una grande consapevolezza dei propri mezzi. Amo il modo in cui riesce a farmi perdere nelle storie che racconta. Non posso nasconderle però le divergenze che ci sono state tra noi prima delle riprese».

A cosa si riferisce?

«Non ho avuto molto tempo per prepararmi, ero impegnata a teatro con Antigone. Io e Bruno ci siamo incontrati solo tre volte prima delle riprese per i dettagli tecnici e i costumi e ricordo che era molto nervoso. Pretendeva che mi fossi già calata nella parte. Io ero ancora insicura sulla mia interpretazione e questo lo irritò a tal punto che cominciò a rispondermi male. Quando arrivai sul set ero molto preoccupata e indispettita dalle sue parole. Una sola cena è bastata per appianare i risentimenti».

Ha bisogno degli apprezzamenti del regista per sentirsi più sicura mentre sta girando un film?

«No assolutamente, non ho bisogno di avere feedback o di essere rassicurata sul set, me la cavo bene anche da sola».

Se guarda indietro come si rivede?

«Da ragazza trovavo molto difficile lavorare sulla mia interiorità. Come le dicevo ho imparato da subito ad esprimermi attraverso il linguaggio del corpo. Dopo le prime lezioni di recitazione ero distrutta, credevo di avere una volontà di ferro e invece ho dovuto applicarmi parecchio prima di riuscire a capire come interiorizzare i personaggi che avrei interpretato».

E a chi si è ispirata per interpretare Aude?

«Bruno mi ha suggerito di ascoltare le registrazioni di un’attrice francese degli inizi del secolo scorso, all’apparenza insopportabile e sopra le righe ma portatrice di una grande umanità. Ho preso parecchi spunti anche da alcuni parenti della famiglia di mia madre, sono borghesi ed eccentrici, ma non glielo dica!».

Pubblicata originariamente sul n.31, 2016 del settimanale F (Cairo Editore).

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