Da Vinyl a Roadies perché le serie tv sul rock non funzionano

La musica classica (Mozart in the jungle), il country (Nashville), l’hip-hop (Empire): se quasi tutti i generi musicali hanno trovato la giusta collocazione in tv, non si può dire lo stesso per il rock ’n roll. Tra la cancellazione di Vinyl, il fiacco esordio di Roadies di Cameron Crowe e la sit-com senza troppe pretese Sex&Drugs&Rock&Roll, i critici concordano che ci sia ancora molto da fare per sfruttare le potenzialità del genere musicale più trascinante che sia mai esistito.

L’adorazione per Martin Scorsese, il prestigio di Mick Jagger e l’irresistibile fascino di un antieroe come Richie Finestra (Bobby Cannavale) non sono bastate a salvare Vinyl dall’oblio. Nonostante fossero già stati annunciati i piani per una seconda stagione, con l’uscita di scena dello sceneggiatore Terence Winter, al quale erano state imputate le maggiori colpe, la HBO non è riuscita a digerire i deludenti ascolti registrati dallo show e ha deciso di non concedergli una seconda chance.

L’avrebbe meritata, nonostante i limiti evidenti dimostrati nel corso della prima stagione dedicata alla irripetibile scena musicale degli anni Settanta. Una decisione che spezza il cuore ma la mancanza di una visione chiara, di un focus preciso (e l’inutile omicidio coinvolto nella trama ne è un chiaro segnale)  uniti all’eccesso di cliché e ad un ritmo inesorabilmente lento hanno raffreddato l’entusiasmo del pubblico, i costi esorbitanti hanno affossato le sue possibilità di ripresa. Insomma la morte di Vinyl non richiede un’autopsia, come scrive giustamente il critico di The Ringer.

Non sorprende che finora l’unico sopravvissuto alla cancellazione sia stato lo show di Denis Leary sull’improbabile rockstar decaduta Johnny Rock che vorrebbe tornare alla ribalta con un nuovo gruppo guidato dalla giovane figlia. Le battute a raffica, le frecciatine a Lady Gaga, i frequenti omaggi alla musica degli anni Novanta e l’autoironia hanno finora salvato la serie dalla chiusura ma, a meno che il livello non si dimostrasse superiore nel corso della seconda stagione appena cominciata, lo step successivo appare un miraggio.

Le grandi aspettative riposte nello show firmato da Cameron Crowe sono invece andate in frantumi dopo la visione del tremendo pilot di Roadies il cui sottotitolo potrebbe essere “Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate”. La serie tv prodotta da J.J.Abrams non ha nulla a che vendere con Almost Famous, il film che ha reso Crowe un regista cult per il romanticismo e la malinconia con cui era riuscito a raccontare la sua esperienza di giovane giornalista rock. Elementi che avrebbero potuto impreziosire lo storytelling di Roadies che invece finisce per assomiglia più al suo ultimo, detestabile o trascurabilissimo film (che dir si voglia), Aloha – Sotto il cielo delle Hawaii, privo di quella verve che ha contraddistinto il suo stile fino a qualche anno fa.

Roadies è incentrata sul behind the scene del tour della Staton-House Band (ma che nome è?) di cui sentiamo tanto parlare nello show senza mai assistere ad un solo minuto di esibizione (almeno nel primo episodio). Insomma dovremmo dare per scontato che siano grandiosi senza che facciano nulla per meritarlo. Un vero disastro, a partire dallo spreco delle potenzialità di un’attrice di talento come Imogen Poots, che solo qualche tempo fa si muoveva perfettamente a suo agio nel biopic Jimi: All is by my side di John Ridley dedicato a Jimi Hendrix.

Dunque perché non abbiamo ancora avuto un Mad Men, un The Wire o un Breaking Bad in salsa rock? Perché la tv fatica così tanto a partorire uno show capace di celebrare il mistico potere della musica? Nel riprodurre la scena musicale rock – trattata spesso alla stregua di un sacro graal – gli sceneggiatori sembrano rifugiarsi nella rievocazione di un mondo di fantasia in cui lo spettatore (lontano dalle groupie degli anni Sessanta) non trova più divertente evadere. La sensazione che si avverte fin dai primi minuti di uno qualunque degli show menzionati in questo articolo è che neanche gli showrunner più appassionati riescano ancora ad abbandonare i propri disillusi ricordi e a guardare con lucidità quel mondo perduto ma tutt’ora così dannatamente affascinante.

Continuando a credere nelle infinite possibilità offerte dal rock ’n roll aspettiamo con ansia il prossimo coraggioso volontario, magari dal nome meno blasonato, che si dimostri capace di restituirci quella visione estatica tanto agognata.

Pubblicato originariamente su Wired Italia

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