Filippo Timi: «Mai provato l’ayahuasca?»

A teatro è dissacrante, al cinema commovente, in tv carismatico, leggere i suoi libri è uno spasso. Il talento di Filippo Timi è una fonte inesauribile di sorprese. Se al suo eclettismo artistico aggiungiamo la sua bellezza e il suo carattere esplosivo non è difficile comprendere perché il pubblico (il più eterogeneo possibile) lo ami incondizionatamente. Mentre la stampa nazionale si preoccupa dell’assenza dei registi italiani nella competizione ufficiale del Festival di Cannes, lui, uno dei migliori rappresentanti del nostro cinema, è ospite al Tribeca Film Festival di Robert De Niro.

Il motivo della trasferta newyorkese si chiama Icaros – A Vision, un piccolo film indipendente scritto e diretto da Leonor Caraballo e Matteo Norzi. I due registi l’hanno convinto a volare in Amazonia per impersonare un attore in crisi di identità che prova a liberarsi dalle sue paure attraverso l’ayahuasca, una sostanza allucinogena capace di indurre la mente ad un processo di guarigione, una sorta di viaggio psichedelico.

L’abbiamo raggiunto telefonicamente per saperne di più di questa sua nuova esperienza, del suo rapporto con la città che non dorme mai e del cinema che verrà. “Che bello sentirla, finalmente una voce che riconosco”, ci risponde Filippo Timi con l’allegria contagiosa di sempre.

Che aria si respira al Tribeca?

«New York dovrebbe chiamarsi New York New York, sono due città in una: da una parte quella dei film, dall’altra quella vera. Per cui le emozioni sono sempre doppie. È un ambiente sempre in movimento. Lo stesso vale per questo festival, c’è molta vivacità ed è pieno di giovani».

Da attore cosa invidia qualcosa allo star system americano?

«Proprio nulla, a parte i soldi. Girare un film all’anno con le loro disponibilità sarebbe un sogno. Ma preferisco non lamentarmi, mi basta ciò che ho».

Come mai un attore di successo come lei sceglie di girare un film come Icaros: A Vision, che quasi sicuramente non avrà una distribuzione nelle sale?

«Questa esperienza nasce da un incontro fortuito con i registi durante una mia vacanza a New York. Mi parlarono delle loro idee sulla ayahuasca e ci siamo trovati molto in sintonia su certe visioni della vita. Quando mi hanno proposto di far parte del cast ho accettato subito, si fidi! Per quanto il film tratti un argomento ancora sconosciuto ai più, il fatto che sia in concorso al Tribeca dimostra quanto interesse ci sia intorno. L’ayahuasca è argomento di conversazione in molti salotti newyorkesi e persino molte star come Madonna si sono detti aperti a questa esperienza. L’importanza di questo film sta nella nuova estetica con cui delinea questa idea di purismo spirituale».

Lei quanto ne è affascinato?

«Molto, altrimenti non sarei andato a girare un film per un mese in Amazonia in condizioni estreme. Per quanto possa essere stato coccolato dalle premure della produzione ero comunque nella giungla. Sono dimagrito 15 kg in un mese, pur mangiando. È molto sano avere fame di qualcos’altro, che sminuisca un po’ il nostro ego. In quei posti sono passati dal boom del turismo sessuale all’opposto, ovvero al desiderio di viaggio spirituale. Ben venga. Una vita è spesa bene quando non modifica in peggio le condizioni dell’ambiente naturale o culturale che ha intorno: trovo questa prospettiva abbastanza rivoluzionaria».

Il suo personaggio, Leonardo, è come lei un attore balbuziente. Lo avete disegnato assecondando le sue esigenze?

«Sì, Leonardo ha bisogno di capire cosa c’è ancora in lui di sincero. Non si sente più speciale per se stesso con cui sente l’esigenza di riappacificarsi. Come lui anche io vivo dei momenti in cui fatico a riconoscermi, in cui non mi sento specifico. È un po’ il dubbio costante che attanaglia noi attori, per noi in un viaggio del genere le buche in cui cadere si moltiplicano. La recitazione è tutto un gioco di realtà e di identità. Riappropriandomi della mia lucidità mi sono accorto che proveniamo tutti da un’utero materno, da una perla, dalla giungla del film, anche se poi ci siamo contaminati».

Da che cosa avremmo bisogno di liberarci?

«Dalla paura che ci mangia l’anima. L’hanno sostenuto in molti, da Fassbinder al Papa. Questo è il primo punto da cui partire, poi dovremmo provare a cambiare punto di vista. Basta chiodi, basta appendere quadri, facciamo un buco nella parete e guardiamo oltre».

Lei è un artista estremamente eclettico, spazia dal teatro al cinema, dalla letteratura alla tv. È un po’ di tempo che non la vediamo in un film da protagonista. Come mai?

«Spesso è la vita che sceglie per noi. Magari mi propongono un ruolo che non mi convince e poi quello che mi piace viene assegnato ad un altro. E mi mangio le mani! A 42 anni sono soddisfatto del mio equilibrio, della capacità di non crearmi ansie. Ho smesso di chiedermi cosa ne sarà di me in futuro. Credo che la carriera di un attore si basi sui sì ma soprattutto sui no, sui film che facciamo e su quelli che non facciamo. In questo periodo faccio tanto teatro, lavoro in televisione. Insomma sono preso da altre cose e ho la fortuna di non stare mai con le mani in mano. Spero comunque che arriverà presto un nuovo ruolo al cinema, al massimo lo scriverò io!».

Con quale stato d’animo?

«Sento una primavera nel cuore e non ho più paura. Mi sento come quando avevo vent’anni e ho cominciato a fare teatro. Ho scritto anche il mio nuovo romanzo. Ora sono indeciso sul titolo».

Le opzioni quali sarebbero?

«O ‘Felice come una bara – chi dice che le bare siano infelici? Sottotesto: e chi ti dice che non lo siano?’. La seconda, verso cui sono più propenso, è ‘Del buco io vedo il tappo’».

Torniamo al cinema. Nessun film italiano in lizza per la Palma d’Oro Festival di Cannes. Lei che ne pensa?

«Peccato ma credo che abbiamo davvero poco di cui lamentarci. È un buon momento per il cinema italiano. Abbiamo da poco vinto un Oscar e dobbiamo ancora festeggiare la bellezza de Il racconto dei racconti di Matteo Garrone. Cogliamo l’occasione per ri-festeggiare i film belli degli ultimi tempi. I festival sono importanti quando ti invitano, in caso contrario chi se ne frega!».

Chiese ne frega anche dei David di Donatello?

«Eh un po’ sì! Non mi hanno nominato! Ma sono molto felice per la nomination a Piera Degli Esposti che amo e per Luca Marinelli che è bravissimo».

Pubblicato originariamente su Vanity Fair Italia

 

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