Fiore del deserto, film denuncia sull’infibulazione

Tra tutti i film (non particolarmente brillanti) in uscita questa settimana si distingue Fiore del deserto, un’opera che attraverso la storia dell’ex top model di origini somale Waris Dirie (l’intervista per Tu Style) sferra un duro colpo alla mutilazione genitale femminile. Per chi non lo sapesse la MGF, anche nota come infibulazione, è quella terribile pratica, per lo più adottata nell’Africa sub-sahariana, che consiste nell’asportazione della clitoride in tenera età.

A causa di questa barbara tradizione ancora oggi oltre 200 milioni di bambine nel mondo rischiano di morire in seguito alle infezioni o alle emorragie che provoca. Salvo poi convivere tutta la vita con dolori atroci, l’impossibilità di provare piacere durante i rapporti sessuali e ancora il rischio della morte in caso di eventuale gravidanza.

Vale anche la pena precisare che l’infibulazione è una pratica antichissima, un rito inalienabile di natura più culturale che religiosa, risalente ai tempi di egizi, etiopi e fenici, e praticato dagli islamici tanto quanto dai cristiani e gli animisti. In questo modo gli uomini possono assicurarsi che la donna arrivi “pura” al matrimonio.

Una delle attiviste anti-MGF più note al mondo è proprio Waris Dirie. Sopravvissuta all’infibulazione a soli 13 anni si diede alla fuga dalla Somalia per evitare un matrimonio combinato. Dopo aver attraversato il deserto riuscì a raggiungere prima la nonna in Mogadiscio e poi il Regno Unito dove, grazie alla sua bellezza statuaria, venne accolta nel mondo della moda.

Negli anni d’oro di quell’industria riuscì perfino ad ottenere una piccola parte nel film 007 – Zona Pericolo al fianco di Timothy Dalton. Le soddisfazioni professionali non riuscivano però ad assopire il suo desiderio di denunciare la tortura subita. Dall’inizio degli anni Novanta ad oggi Waris Dirie ha impiegato tutte le sue forze nella campagna contro l’infibulazione.

Dal 1997 al 2003 ha operato come ambasciatrice speciale dell’ONU, grazie alla nomina di Kofi Annan. Ha raccontato la sua storia nell’autobiografia Fiore del deserto, da cui è stato tratto l’omonimo film che ritroviamo nelle nostre sale a sette anni dalla sua première alla Mostra del Cinema di Venezia.

Lungi dall’essere perfetto, sia in termini di regia (Sherry Hormann) che di sceneggiatura, Fiore del deserto è prima di tutto un invito a prendere coscienza di questo fenomeno e ad agire affinché un giorno possa conoscere la parola fine. Nonostante la buona performance della modella Liya Kebede che interpreta la stessa Waris, il film diventa più incisivo quando a comparire in scena è Sally Hawkins nei panni di una delle sue più care amiche.

Proprio tramite il carisma dell’attrice britannica e il suo sguardo empatico lo spettatore comincia a familiarizzare con la privazione subita dalla protagonista e, con lei, intere generazioni di donne (non solo africane). Fiore del deserto racconta in modo ordinario una storia straordinaria, che si nutre del coraggio di una vittima che sceglie non solo di condividere il suo trauma ma di metterlo al servizio dell’umanità.

Quello offerto da Waris Dirie è un raro e credibile esempio di militanza, capace di motivare e infondere speranza in un mondo spesso incapace di reagire al nichilismo imperante. “Dopo tanti anni di battaglie, oggi intravedo finalmente la luce in fondo al tunnel”, ammette l’ex modella. Dal 2003 il 6 febbraio si celebra la giornata mondiale contro l’infibulazione.

È di pochi giorni fa la notizia che, dopo la Nigeria e il Gambia, anche in Somalia (dove il 98% delle donne l’ha subita, tanto da essere stato ribattezzato “il paese delle donne cucite”) la MGF potrebbe presto diventare illegale. Traguardi importanti per i quali finalmente sappiamo a chi valga la pena dire grazie.

Pubblicato originariamente su Wired Italia

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