Perché guardare American Crime Story, serie tv sul caso O. J. Simpson

Il 12 giugno del 1994 la polizia di Los Angeles rinveniva il corpo senza vita di Nicole Brown Simpson, l’ex moglie di O.J.Simpson, e del suo compagno  Ronald Lyle Goldman. Di lì a breve tutti gli indizi avrebbero portato ad un mandato d’arresto con l’accusa di omicidio ai danni dell’ex campione di football nonché celebre star hollywoodiana. Ma O.J., che sosteneva la sua innocenza, alla notizia del mandato di cattura si diede alla fuga a bordo di una Ford Bronco in compagnia dell’ex compagno di squadra Al Cowlings. Lo spettacolare inseguimento della polizia al divo, che continuava a minacciare il suicidio, tenne con il fiato sospeso oltre 75 milioni di americani che lo seguirono in diretta tv.

Immediatamente dopo il suo arresto a tenere banco fu il processo (del secolo) a suo carico che si trasformò in un circo mediatico senza precedenti e si concluse nell’ottobre del 1995 con l’assoluzione dell’imputato. La storia di O.J.Simpson è il primo case study della serie tv American Crime Story, in onda dal 6 aprile su Fox Crime, che ripercorre tutte le fasi di questa assurda vicenda.

Il processo ad un’icona black si trasforma nel processo all’America stessa, ancora infelicemente connessa alla piaga dell’odio razziale e incapace di giudicare acriticamente un proprio cittadino quando, nonostante un accusa di omicidio, la discussione viene incentrata sul colore della sua pelle.

Non è difficile credere quanta risonanza possa avere una serie del genere nell’era delle uccisioni (impunite) del teenager Trayvon Martin e di Michael Brown a Ferguson che hanno generato la campagna #BlackLivesMatter contro il razzismo e la brutalità della polizia. 

Essenziale in questo senso il ruolo di Courtney B. Vance, il leader della difesa di O.J. Johnnie Cochran, che capii quanto fosse importante giocarsi la partita sul terreno della discriminazione razziale. In un’intervista rilasciata a GQ America Vance sottoscrive le parole della dottoressa afro-americana Johnetta Cole:

“Dovremmo parlare delle nostre differenze finché siano esse stesse a fare la differenza”

Ma c’è di più. Ogni puntata di questo brillante sceneggiato ha un focus diverso per aiutare a capire le figure chiave del processo e i passaggi che determinarono il verdetto finale. A passare al vaglio sono prima gli avvocati dell’accusa e il cosiddetto Dream Team della difesa (tra tutti segnaliamo il ritorno in grande stile di John Travolta) e poi quelli della giuria, a lungo sequestrati e sostituiti più volte per motivi più o meno futili ma senz’altro strategici.

Tra le puntate più imperdibili, senza fare spoiler, segnaliamo quella dedicata a Marcia Clark (Sarah Poulson), il più temibile degli avvocati dell’accusa vittima di una costante diffamazione per il suo look, il suo atteggiamento burbero e perfino per il suo status di madre single e donna in carriera.

Un vero colpo di genio è l’andirivieni dei giurati sulle note di Another one bites the dust dei Queen che sottolinea il tono spesso irriverente di American Crime Story, una delle migliori serie dell’attuale panorama televisivo statunitense.

In questo quadro variopinto il personaggio O.J. , ottimamente interpretato da Cuba Gooding Jr., viene relegato ad un ruolo marginale, spesso ridicolizzato e ritratto come un babbeo incapace di prendere delle decisioni con cognizione di causa o di controllarsi nelle fasi più delicate del processo. 

La grandezza dello show è data proprio da questo aspetto: gli autori (e di conseguenza gli spettatori) smettono di chiedersi se O.J. sia colpevole o meno per empatizzare con gli avvocati dell’accusa e della difesa, che partecipano ad un processo che ha fatto storia mentre tentano di sopravvivere alla costante umiliazione imposta loro dai media e da un establishment bianco ancora oggi fortemente razzista e sessista.

Pubblicato originariamente su Wired Italia

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