Se anche Frank Underwood teme il confronto con Donald Trump

Quando tre anni fa Frank Underwood si presentò per la prima volta al pubblico, House of Cards non solo rivitalizzò la carriera di un grande attore come Kevin Spacey ma offrì uno sguardo privilegiato sulla politica americana, spietata e nichilista. Non solo, House of Cards giocò un ruolo chiave nella crescita del fenomeno binge-watching, incoraggiando milioni di fan ad accanirsi episodio dopo episodio all’epopea degli Underwood tramite le trovate geniali di un politico sfacciatamente bugiardo e arrivista. 

Purtroppo uno dei rischi della lunga serialità sta nel soddisfare costantemente le aspettative di un pubblico sempre più esigente. Se nelle prime due stagioni House of Cards ha adempiuto al compito con una scrittura di altissimo livello e una raffica di colpi di scena, il collaudato meccanismo sembrava essersi inceppato nel corso della terza. Discorso ancora diverso per la quarta stagione che non sembra poter competere con il potere immaginifico e l’impatto emotivo di The People v. O.J. Simpson o American Crime, due delle migliori serie in circolazione.

ALLERTA SPOILER

L’anno scorso avevamo lasciato Claire e Frank alle prese con la triste e violenta disgregazione matrimoniale, la fine di un’iconica complicità che avrebbe potuto aprire scenari sconvolgenti. È proprio con l’attesissimo braccio di ferro tra i due coniugi che prende il via la quarta stagione di House of Cards. Sorprendentemente nello scontro a due gli Underwood appaiono smarriti, incapaci di reagire prontamente l’uno alle provocazioni dell’altra. L’amore non c’entra ma è chiaro: Claire e Frank sono fatti per stare insieme.

Il tentato omicidio ai danni del Presidente, primo vero colpo di scena della stagione, poteva innalzare i toni del confronto ma evidentemente gli sceneggiatori scelgono di privarsi di quel sensazionalismo che aveva caratterizzato le prime stagioni a favore di un ritmo meno concitato e a tratti più snervante del solito. Questo cambio di rotta, che poco abbiamo apprezzato, è stato lodato solo da parte della critica americana che ritiene la quarta stagione addirittura la migliore della serie creata da Beau Willimon.

Di certo il percettibile senso di vuoto che attanaglia di Underwood non costituisce un freno alle loro temibili ambizioni. Tornati insieme, il Presidente e la First Lady si dimostrano i megalomani di sempre, fanno immediatamente fuori la loro diretta avversaria alle prossime elezioni e asfaltano chiunque osi incrociare il loro cammino verso la vittoria.

Gli altri due blocchi narrativi dello show vedono il recupero di Frank dal trapianto di fegato e la sfida con Conway, il nuovo candidato, con una bella famiglia, l’ossessione per i selfie e l’illusione di potersi battere ad armi pari. Nonostante i cambiamenti repentini, nessuno di questi momenti appassiona come dovrebbe. Con l’aggravante che le interazioni tra Frank e lo spettatore, che da sempre costituiscono uno dei punti di forza di House of Cards, finiscono per risultare goffe, prevedibili e poco incisive.

Guardando la serie, per quanto manchi una reale rappresentazione dell’elettorato, si ha come l’impressione che i politici americani (quelli veri) abbiano perso il diritto alla credibilità. «Siamo tutti spietati. Tutti distruggiamo. Ma la corruzione è una questione di punti di vista», parola di Frank Underwood,  un candidato Presidente non così lontano dalla realtà.

Molte sono infatti le similitudini tra il mondo politico contemporaneo e quello degli Underwood. In primis, il legame tra Claire e Frank è stato più volte paragonato a quello dei Clinton che secondo la stampa americani si sarebbero spalleggiati più volte con la stessa ipocrisia di fondo. Ma è soprattutto la guerra che si interpone tra fiction e realtà. I conflitti avviati per questioni interne suonano molto familiari all’America, a partire dall’intervento di Bush Sr. nella Guerra del Golfo per arrivare all’uso strumentale dell’attentato alle Torri Gemelle da parte di George W. Bush per attaccare l’Iraq.

C’è forse un ultimo motivo per cui Frank Underwood e le sue affermazioni non risultano più così esilaranti. Quel motivo si chiama Donald Trump, l’uomo che sta stravolgendo la campagna elettorale americana e che quanto a clamore non è secondo a nessuno. Il tycoon statunitense potrebbe perfino tornare utile al team Netflix nel malaugurato caso in cui vincesse le elezioni, offrendo a quel punto del materiale pregiato per le ispirazioni dello show.

Pubblicato originariamente su Wired Italia

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