Forever Young, la verità vi prego sul cinema italiano!

Dopo il sorprendente Perfetti Sconosciuti e l’imperdibile esordio alla regia di Gabriele Mainetti con Lo chiamavano Jeeg Robot, il cinema italiano ritorna ai suoi standard attuali con Forever Young. Vedendo i cinefili galvanizzati da Jeeg e data l’imminente uscita di Veloce come il vento di Matteo Rovere, altra sorpresa stagionale, i produttori devono aver pensato che la nuova commedia di Fausto Brizzi fosse il monito giusto per non alimentare speranze.

I giovani, il talento e la buona scrittura non bastano: l’industria del cinema nostrana (ammesso e non concesso che esista) e il mondo culturale italiano non hanno intenzione di rinnovarsi.  Sembra questo il sottotesto di Forever Young, commediola incolore e grossolana che vorrebbe dire la sua sulla sindrome Peter Pan con la stessa profondità di uno scontro verbale nel salotto di Barbara D’Urso.

Al danno si aggiunge la beffa: nei prossimi giorni dovremo anche fare i conti con la costante presenza in tv degli attori protagonisti costretti ad impegnarsi in una martellante campagna di promozione e perfino con la lettura di recensioni entusiaste di buona parte della cine-critica nazionale che sceglie di dimenticarsi cosa sia il cinema pur di non inimicarsi nessuno.

«È la commedia più cattiva che io abbia mai diretto», afferma convinto il regista che nel suo curriculum può vantare film addirittura peggiori come Pazze di me, Indovina chi viene a Natale?, Com’è bello far l’amore, Ex e il dittico Maschi contro Femmine e Femmine contro Maschi. Laddove il meglio è rappresentato da Notte prima degli esami.

Tra gli sceneggiatori di Forever Young, oltre allo stesso Brizzi, figurano Edoardo Falcone (che lo scorso anno debuttò alla regia con Se Dio vuole – super incensato dalla critica sposando la stessa logica) e il suo collega Marco Martani (che da regista non è andato oltre Cemento Armato).

Battute telefonate, gag ripetitive: la sciatteria è la cifra stilistica di questo cinema il cui presupposto è l’ignoranza dello spettatore pronto ad accettare acriticamente qualsiasi rimasuglio in cambio di un volto noto e qualche risata. Forever Young non scampa nemmeno il pericolo della volgarità, evitando le parolacce per compiacere i benpensanti. 

D’altronde un onesto vaffanculo potrebbe risultare meno ridondante di un prodotto dalla copertina così patinata e dagli intenti malcelati. Poco importano le ispirazioni di Fausto Brizzi, regista dalle poche velleità, e dei due sceneggiatori: è il box office che conta, bellezza!

Tutto ciò che resta è accanirsi nel banalizzare la commedia, qualsiasi tema essa tratti, con una particolare affezione per il rapporto di coppia, la cui rappresentazione fu mai tanto deturpata da infimi stereotipi di genere e pregiudizi.

Persino la conferenza stampa mantiene fede alle premesse. Gli highlights sono stati offerti di Francesco Sole che Forever Young se l’è tatuato sul braccio in ricordo del suo primo (e speriamo ultimo) film e dal dibattito del cast sulla nonna ai tempi delle marmellate o degli smartphone.

Non chiedeteci di prenderla con (auto)ironia: da tempo assistiamo inerti al tradimento dell’arte cinematografica e dei suoi valori. Dino Risi, Mario Monicelli, Ettore Scola non sono mai parsi così lontani.

Questo cinema – se così vogliamo chiamarlo – non solo umilia il talento dei propri interpreti (come alcuni di questo cast, a partire da Teo Teocoli e Stefano Fresi) rei di prestarsi a questa farsa ma mortifica la dignità del genere più rappresentativo della nostra identità culturale e insito nell’italianità stessa.

Se è vero, come scriveva Dostoevskij, che nella vita possiamo fare a meno di tutto tranne che della bellezza, allora non ci resta che consolarci (ri)guardando uno dei tanti intramontabili film con Anna Magnani, Vittorio Gassman, Nino Manfredi o Marcello Mastroianni. Loro, raccontava Scola nel 2004 ai francesi di Libération, «sono più vivi degli attori di oggi, tali a quali a ieri». Proprio come quel cinema.

Originariamente pubblicato su Il Giornale OFF

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