Brie Larson: “Ho trovato il cielo in una stanza”

Atteggiamento da anti-diva, viso acqua e sapone, sorriso radioso: è così che si presenta la ventiseienne Brie Larson, attrice rivelazione dell’anno, ad un passo dalla vittoria del premio Oscar. L’occasione risponde al titolo Room, film del regista Lenny Abrahamson (in sala dal 3 marzo), dove interpreta una giovane donna costretta a vivere in povertà  insieme al figlioletto all’interno di una piccolissima stanza per ben sette anni.

Pur avendone le potenzialità Room non è un horror, né un thriller bensì un dramma accompagnato da una profonda riflessione sulla realtà che siamo capaci di creare per noi stessi a prescindere dalle ristrettezze. La toccante performance – come a suo tempo quella di Jennifer Lawrence in Un gelido inverno – le vale un tripudio di applausi. L’attrice californiana, splendida nella sua ordinarietà, comincia a calcare i red carpet più prestigiosi (in compagnia del fidanzato Alex Greenwald, ex frontman dei Phantom Planet) e ruba la scena ad attrici del calibro di Cate Blanchett, Helen Mirren, Jane Fonda e Charlotte Rampling. Dopo il trionfo ai Golden Globe e ai SAG Awards la statuetta d’oro sembra ormai di sua legittima proprietà.

Quanto è stato difficile interpretare un ruolo così delicato?

«Credo che la mia sfida fosse quella di creare uno spazio pieno d’amore e di sicurezza privo di quei lussi e di quelle distrazioni che spesso riteniamo indispensabili».

È questo il modo in cui ha deciso di affrontarlo?

«Sì, ma credo che questo sia in generale il miglior modo di affrontare la vita».

Room è un film molto duro da un punto di vista psicologico. Chi l’ha aiutata ad elaborarlo?

«In primis ho consultato uno psichiatria per cercare di comprendere i sentimenti di una persona che vive in prigionia. Ho seguito le stesse abitudini alimentari della protagonista del film, mangiando ad orari prestabiliti e subendo le sue stesse privazioni, tra cui quella di carboidrati. Per circa tre mesi non sono quasi mai uscita di casa, non ho frequentato i miei amici. Ho preferito rimanere in solitudine e meditare per sentirmi più vicina al personaggio. Non sono stati grandi sacrifici, dopotutto sono stata bene in compagnia di me stessa».

Il suo personaggio, Ma, ha una fervida immaginazione. Le assomiglia?

«Sì, mi sono ispirata a mia madre. Quando avevo sette anni i miei divorziarono. Lei prese me mia sorella, fece armi e bagagli e con pochi centinaia di dollari in tasca traslocammo da Sacramento a Los Angeles. Il nostro primo appartamento fu un monolocale, poco più grande della stanza del film».

Un’infanzia difficile?

«Tutt’altro! Io e mia sorella forse avevamo un solo giocattolo a testa ma l’amore che ci legava era immenso. È stato il momento più bello della mia vita e il merito è di mia madre che trasformava qualsiasi cosa in gioco e ci intratteneva per ore. Altro che Nintendo, mia madre mi ha regalato il dono più prezioso: la fantasia».

Mentre girava il film sono tornati a galla i ricordi?

«È stato inevitabile. Una notte di tanti anni fa mi svegliai nel letto che condividevamo tutte e tre e vidi mia madre singhiozzare. È un ricordo che per un po’ ho rimosso, solo qualche anno più tardi sono stata in grado di capire la sua sofferenza, il trauma e le difficoltà che stava affrontando tra il divorzio e il trasferimento in una città dove non conosceva nessuno. Durante le riprese di Room l’ho chiamata più volte in lacrime pregandola di scusarmi per tutte le volte in cui l’ho giudicata con troppa facilità».

Ora che ha maggiori disponibilità, anche in termini economici, si sente cambiata rispetto ad allora?

«No, non sono le cose materiali a renderti felice. Sono una persona molto sobria e credo che questo sia anche il motivo per cui, rispetto a tante colleghe più appariscenti e ambiziose di me, ho avuto un percorso più graduale. Per me ha più valore l’arte che il successo».

Allora cosa la rende felice?

«Realizzare un’opera d’arte capace di emozionare le persone. I soldi non contano nulla rispetto alla possibilità di fare il lavoro che si ama».

A cosa deve il suo successo?

«I migliaia di no che ho ricevuto, l’assenza di una figura paterna e tutti i tormenti che caratterizzano la mia vita hanno influenzato la mia arte tanto quanto i miei straordinari amici e le conversazioni che mi arricchiscono quotidianamente».

Prossima fermata Premio Oscar?

«Sono onorata anche solo del fatto che gli addetti ai lavori abbiano discusso e riconosciuto il mio talento. È la più grande soddisfazione che un attore possa provare ma, anche per scaramanzia, preferisco non aggiungere altro».

Pubblicato originariamente sul settimanale Tu Style

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