Festival del cinema di Berlino: vince chi crede ancora di cambiare il mondo

Habemus Orso d’Oro. Nonostante i continui piagnistei sull’attuale situazione del cinema italiano Gianfranco Rosi ha vinto la 66esima edizione della Berlinale. A quattro anni dal trionfo dei fratelli Taviani con Cesare deve morire e a tre dal suo a Venezia con Sacro G.R.A. , il pluripremiato regista convince tutti con Fuocoammare, toccante docu-film sull’isola di Lampedusa.

«Quando ho cominciato le riprese del film Lampedusa era la porta d’Europa e il problema dell’immigrazione sembrava esclusivamente italiano. Oggi la situazione è cambiata e l’Europa, in primis la Germania, ha cominciato a assumersi le proprie responsabilità», ha raccontato Rosi subito dopo la consegna del premio che ha dedicato proprio agli abitanti dell’isola e quanti non sono riusciti a raggiungerla.

«Mi auguro che il documentario, che mi piace definire una storia d’amore, possa rendere le persone più consapevoli e possa servire ad abbattere qualche barriera culturale di troppo».

Il più emozionato di tutti al termine della cerimonia di premiazione è colui che avrebbe convinto il regista a girare il film, ovvero il dottor Pietro Bartolo. «Proprio in questo momento, intorno alle 22:40, mi hanno avvisato dello sbarco di altre 250 immigrati a Lampedusa. Sono felice di essere qui e di ricevere questo premio grazie al regalo di Gianfranco ma il mio pensiero ora va a loro», ha dichiarato il medico che in questi giorni a Berlino ha commosso il pubblico e gli addetti ai lavori con le sue testimonianze.

Tante le parole di elogio per gli abitanti dell’isola: «Sin dal primo sbarco, che risale a oltre venticinque anni fa, a Lampedusa non abbiamo mai smesso di aiutare i profughi, perfino durante la Primavera araba quando in una settimana ne arrivarono 7200, più di noi che siamo poco più di 6000. Un popolo di pescatori accoglie tutto ciò che arriva dal mare!».

Tra i ventitre (mediocri) film in concorso ad avere la meglio quest’anno è stato il cinema militante. Dopo aver accolto in un anno oltre un milione di rifugiati politici, attraverso la Berlinale, la Germania ha denunciato l’attuale emergenza umanitaria, cercando di smuovere le coscienze.

Non è un caso che oltre ai registi Yang Chao, Lav Diaz e Danis Tanovic le giurie abbiano preferito film a tematica sociale: dal cortometraggio taiwanese che ha vinto il premio minore a Fuocoammare, passando per Hedi, film ambientato nella Tunisia post-rivoluzione prodotto dai fratelli Dardenne.

Peccato che in Italia più che la politica vadano di moda le polemiche autodistruttive. Mentre all’estero osannano i nostri talenti e la loro vivacità culturale, in patria il film di Rosi, uscito in una cinquantina di sale il 18 febbraio, ha racimolato poco più di 15.000 euro. E ovviamente non tutti sono felici della vittoria, più o meno come fu ai tempi dei Premi Oscar a  Roberto Benigni e Paolo Sorrentino.

Nessun disaccordo invece tra i membri della giuria della Berlinale, come ha precisato con un sorriso la presidentessa Meryl Streep: «Great minds think alike» ovvero «Le grandi menti pensano allo stesso modo». Eppure non abbiamo dubbi che, nonostante le sue parole concilianti, la più grande attrice vivente, insostituibile catalizzatrice di emozioni, abbia fatto valere la sua opinione in più di un’occasione.

Devono molto al suo appoggio la danese Trine Dyrholm, vincitrice del premio come miglior attrice per la sua interpretazione nel bellissimo The Commune di Thomas Vinterberg – un film che avrebbe commosso Meryl fino alla lacrime – e la cineasta francese Mia Hansen-Løve, premiata per la regia de L’avenir con Isabelle Huppert.

Cala il sipario su una delle edizioni meno entusiasmanti della Berlinale che si conferma tuttavia il festival più politico d’Europa, dando spazio ad un cinema che unisce e che tenta di riportare un po’ di umanità in un mondo sempre più disumano e spaventoso. «Dedico il mio premio a tutti i registi che credono che sia ancora possibile cambiare il mondo», qualcosa vorranno pur dire le parole di Lav Diaz, il regista filippino che ha tenuto i giurati incollati alle poltrone per guardare il suo film di oltre otto ore!

Pubblicato originariamente su Vanity Fair Italia

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