Tutto può succedere, Sermonti: «Il gossip non mi fa più paura»

Un calciatore, un attore ma prima ancora un creativo: Pietro Sermonti detesta essere catalogato. E’ corso subito ai ripari quando ha cominciato a stargli stretto il camice del dottor Guido Zanin di Un Medico in Famiglia per dedicarsi ad un progetto libero da schemi come Boris. Dopo le commedie Smetto quanto voglio, Confusi e Felici e Sei Mai Stata Sulla Luna? Sermonti farà il suo ritorno sul piccolo schermo nel ruolo di Alessandro Ferraro, padre di famiglia amorevole alle prese con una figlia adolescente e un figlio affetto dalla sindrome di Asperger.

Subito dopo Natale, dal 27 dicembre, andrà in onda su Rai1 Tutto può succedere, remake di Parenthood la serie tv che per cinque anni ha raccontato le beghe quotidiane delle famiglie americane con sensibilità e ironia. Con un cast d’eccezione, che conta attori del calibro di Giorgio Colangeli, Licia Maglietta, Maya Sansa e nuove leve come Matilde De Angelis e Benedetta Porcaroli, anche il regista Lucio Pellegrini proverà a restituire al pubblico italiano un po’ di quella verità che appartiene alle nostre vite.

Sermonti è simpatico e gioviale ma fuori dal set maldigerisce l’attenzione mediatica. Ai tempi della sua relazione con Alessia Marcuzzi si è sentito condizionato dal gossip. Oggi, a 44 anni, si dice più rilassato e maturo per fronteggiarlo e perfino per diventare padre. Ma, sia chiaro, non intende rinunciare alla voce del verbo giocare. 

Aveva mai visto Parenthood?

«Scherza? Dopo che Lucio Pellegrini mi ha parlato del progetto nel giro di due giorni avevo visto tutte e sei le stagioni. L’attore che interpreta Adam, il mio personaggio in Tutto può succedere, era un mio idolo perché era il protagonista di Six Feet Under, la serie che più ho amato nella storia della televisione americana. Per i miei amici sono un Peter Krause all’amatriciana!».

Come ha scelto di caratterizzare Alessandro?

«Questa serie esplora zone della propria anima piuttosto compromettenti. Erano diversi anni che mi offrivano ruoli da cialtrone sulla falsa riga di Boris e sentivo l’urgenza di raccontare storie più profonde. In Tutto può succedere ci sono degli elementi che risuonavano da tanto nella mia vita».

Che cosa l’ha emozionata di più?

«Sicuramente il fatto di interpretare un padre con un figlio affetto dalla sindrome di Asperger. Ho avuto una sorella che se n’è andata presto perché era molto malata. Ero affascinato dall’idea di vivere un’esperienza emotiva che mi consentisse di comprendere i sentimenti dei miei genitori».

Come avete affrontato il tema della malattia?

«La sindrome di Asperger rende i bambini totalmente anaffettivi. Per i genitori è come dare amore senza riceverne. Mi sono documentato molto durante le riprese e spero che la serie possa rappresentare una forma di servizio pubblico informando le persone su questo disturbo, difficilissimo da diagnosticare».

Alessandro è un uomo molto affidabile, completamente diverso da Stanis…

«Sì, esattamente l’opposto. Io sono una via di mezzo tra loro. Alessandro è un uomo leale e responsabile, innamorato da vent’anni della stessa donna, un ottimo padre e un gran lavoratore. E’ interessante scoprire come, dopo la diagnosi del figlio, anche una persona stabile come lui comincerà a barcollare e perdere pezzi».

Ha dichiarato più volte di sentirsi incompatibile con la popolarità ottenuta grazie a Un Medico in Famiglia. Non ha paura di correre lo stesso rischio come protagonista di una serie di 13 puntate?

«E’ una delle remore che ho avuto prima di accettare la parte. Sapevo che si sarebbero riaccesi dei riflettori e un tipo di interesse che considero, detto sinceramente, una vera violenza.  Rispetto ai tempi di Un Medico in Famiglia oggi sono più solido e non ho bisogno di odiare qualcuno per dare un perimetro alla mia identità. Per quello basta l’amore. L’intrusione nella mia vita privata è il mio punto debole ma sono più maturo per capire che fa parte del gioco e per sapermi difendere con il sorriso. Non potevo dire no a un materiale di questo livello, a un cast, un regista e una produzione di questo tipo».

In che cosa differisce Tutto può succedere dalle serie viste finora in tv?

«Il bello delle serie tv americane è che non catalogano mai i personaggi in positivi e negativi. Abbiamo provato ad imitarli distanziandoci dalla rappresentazione edulcorata a cui ci ha abituato la tv italiana».

Per ben due volte è diventato padre in tv.  A quando questo appuntamento nella vita vera?

«I bambini per me sono tra le creature più affascinanti di questo mondo. Sento il desiderio di paternità anche se ormai sono un signore di una certa età. E’ difficile slegarlo da affetti e amori. Fino a qualche anno fa credevo che non sarei mai diventato padre perché mio figlio mi avrebbe detto: “Ti prego papà basta giocare, posso studiare un pochino?”. Oggi, se dovesse succedere, penso che sarei un padre dignitoso».

La vedremo nei due sequel di Smetto quando voglio? 

«Dipenderà moltissimo dal riscontro che avrà questa serie. Se si dovessero girare le altre quattro stagioni per cui siamo stati opzionati sarebbe difficilissimo coniugare questo impegno con altri. Mi auguro veramente che le serie abbiano un seguito perché altrimenti mi devo rivendere casa. Dipenderà tutto dal dio auditel!».

E’ soddisfatto della sua vita professionale?

«Assolutamente sì. Prima di tutto perché la mia vita espressiva non si esaurisce nella mia professione di attore. D’altronde solo in Italia esiste un verbo diverso per riferirsi alla recitazione, alla musica e ad altre arti, preferisco quello francese “jouer”. Fino a vent’anni ho giocato a pallone, poi ho continuano a farlo con altri mezzi».

Originariamente pubblicato su Vanity Fair Italia

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