Che fatica essere Terence Davies

I suoi film sono come delle macchine del tempo. Partendo da un’esperienza autobiografica dolorosa si servono del ricordo come di un campo di battaglia per liberare i protagonisti dalle paure e consentirgli di sognare la felicità. Oggi, a 70 anni, Terence Davies è considerato, insieme al quasi coetaneo Mike Leigh, il più grande regista inglese vivente. Finalmente anche l’Italia si è accorta di lui.

Nel corso della 33esima edizione del Torino Film Festival gli verrà conferito il Gran Premio Torino per essere “uno degli autori europei più originali e sensibili emersi negli anni Ottanta”.

In questa occasione, oltre alla proiezione speciale del suo capolavoro Voci lontane…sempre presenti, introdurrà il suo ultimo film, Sunset Song, tratto dall’omonimo romanzo di Lewis Grassic Gibbon, uno degli scrittori più importanti della letteratura scozzese novecentesca.

“Adoro la storia di questo libro. Ero solo un ragazzo quando guardavo la serie a puntate sulla BBC. E’ come Jane Eyre. Non è un romanzo impeccabile ma la storia è indimenticabile, dopo averla letta non ti abbandona per il resto della vita”, ha spiegato il regista.

La protagonista di Canto del tramonto è Chris Guthrie, una giovane dibattuta tra la sofferenza inflitta da un padre violento e tirannico a lei, sua madre e i suoi numerosi fratelli e un commovente attaccamento familiare.

Oltre alla possibilità di ripercorrere i temi a lui più cari, Canto del tramonto permette a Davies di omaggiare i film romantici che tanto amava negli anni Cinquanta.

“L’amore è una cosa meravigliosa, Magnifica Ossessione, Secondo amore non erano film eccellenti ma ciò che comunicavano nella loro prevedibilità era meraviglioso. Storie d’amore rimaste indelebili nell’immaginario collettivo”.

La lavorazione è stata tuttavia lunga e stressante, come lui stesso ammette nonostante la soddisfazione di aver realizzato un film che sognava da ben 18 anni. Per questo motivo non smette di colpevolizzare l’industria cinematografica britannica che non ha mai facilitato il suo lavoro.

“Se non ti avvali di un cast di grandi star puoi dire addio ai finanziamenti.  Io non scelgo gli attori in base al grado di popolarità ma alla bravura. Ormai è quasi impossibile fare film se non si ha garanzia di successo al box-office”.

Davies non si limita ad essere critico nei confronti dei produttori inglesi: “In Inghilterra vanno di moda gli stereotipi. La narrazione è noiosa e quasi mai realistica. Ma ditemi, c’è qualcuno che prende seriamente Downton Abbey?”.

Il film esce un anno dopo il referendum sull’indipendenza della Scozia ma il cineasta giura che si tratta di un pura coincidenza. Ai suoi conterranei è molto affezionato e ne difende il diritto alla libertà di scelta: “Voglio che facciano parte del Regno Unito per puro sentimentalismo. Avrei trovato la separazione ridicola e triste ma se lo avessero voluto allora nulla in contrario”.

Solo su una richiesta è irremovibile: non chiedetegli di teorizzare sui propri film. “Quando li guardo vedo solo difetti ma una volta completati non sono più affar mio ma degli spettatori”.

Originariamente pubblicato su L’Espresso

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