Steve Jobs: Michael Fassbender, Aaron Sorkin e un meccanismo a orologeria

Steve Jobs non ha deluso le aspettative, Michael Fassbender è il re per una notte al London Film Festival che si chiude con l’irriverente biopic che Aaron Sorkin e Danny Boyle hanno dedicato al geniale fondatore della Apple

“Dio ha sacrificato suo figlio in croce eppure tutti lo ricordano per aver creato gli alberi”: è con questa e altre esilaranti battute che l’ambiguo e seducente Steve Jobs di Michael Fassbender si profila come l’esperienza cinematografica più imperdibile dell’anno.

Il clamoroso biopic diretto da Danny Boyle e ideato dal geniale Aaron Sorkin (lo sceneggiatore di Moneyball – L’arte di vincere e The Social Network, tanto per intenderci) candida di diritto l’attore irlandese alla nomination per il suo primo Oscar.

A Londra, l’attore feticcio di Steve McQueen (Hunger, Shame, 12 anni schiavo) è alle stelle: “Quella di Aaron Sorkin è la migliore sceneggiatura che abbia mai letto. Mi sento fortunato per questo non mi è costato rinunciare alle vacanze che avevo pianificato per il periodo in cui si sono svolte le riprese”.

Scardinando tutte le regole del canonico biopic, Steve Jobs delinea un ritratto personale e oscuro, anche se non necessariamente aderente alla realtà, dell’informatico più rivoluzionario del ventesimo secolo.

Basandosi sull’omonima biografia di Walter Isaacson, Sorkin divide il film in tre nuclei distinti che coincidono con tre momenti chiave nella storia della Apple: i lanci di Mac (nel 1984), di NeXT (nel 1989) e di iMac (nel 1998).

In ognuna di queste occasioni, proprio quando è procinto di godersi applausi e standing ovation da parte del pubblico, Steve Jobs viene rapito dai fantasmi del suo presente e del suo passato che rivendicano la sua assunzione di responsabilità sia in ambito personale che professionale.

Attraverso un flusso di dialoghi dal ritmo incalzante e pressoché ininterrotti l’imprenditore risponde per le rime a Steve Wozniak (un fenomenale Seth Rogen), che reclama la sua importanza nella fondazione della Apple, attacca duramente John Sculley (Jeff Daniels) per non averlo capito e tenta di recuperare in extremis il rapporto con la figlia Lisa, sempre più provata dall’assenza di un padre apparentemente anaffettivo. 

Percorrendo i corridoi delle sontuose strutture che lo ospitano, Jobs insegue il successo fedelmente accompagnato e supportato dalla sua storica collaboratrice Joanna Hoffman (una super Kate Winslet).

Sebbene non vi fosse una grande somiglianza fisica tra Michael Fassbender e Steve Jobs, l’interpretazione dell’attore irlandese è di tutt’altro livello rispetto all’imbarazzante scimmiottamento offerto da Ashton Kutcher nel precedente biopic, più lineare e meno esaltante anche in termini di scrittura.

E pensare che il divo presto al cinema con Macbeth aveva quasi rischiato di rinunciare alla parte. Il motivo? Il giudizio negativo della famiglia Jobs sulla scelta di affidare proprio a lui il ruolo dopo l’uscita di scena di Christian Bale.

“Devo essere onesto, le loro parole mi hanno fatto titubare” – ammette Fassbender – “poi mio padre mi ha ricordato che l’attore, come il giornalista, ha la responsabilità di raccontare delle storie e così ho accettato pur nutrendo un immenso rispetto per Jobs e la sua famiglia”.

Sorkin tenta, a suo modo, di esplorare la dimensione più privata del grande genio californiano mettendo al centro della narrazione il suo complicato rapporto con la figlia Lisa, l’unica della famiglia Jobs ad aver approvato il film.

La grandezza di Steve Jobs, prima ancora che negli spassosissimi dialoghi, sta nella creazione di un affascinante meccanismo ad orologeria dove, mentre il tempo scade, un uomo, nevrotico e cinico quanto determinato e impetuoso, tenta di dimostrare il proprio valore al mondo intero prima ancora che a coloro che ama.

Pubblicato originariamente su GQ Italia

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