Film. Room, il mondo in una stanza (d’orrore e rivalsa)

Tra i film più applauditi del London Film Festival spicca Room, avvincente racconto di sopravvivenza e potente inno all’amore materno e alla vita con protagonista  la nuova stella di Hollywood Brie Larson

Sempre più di rado i film riescono nella doppia impresa di raccontare gli orrori di cui è capace l’uomo celebrando la bellezza e l’amore per la vita. Room di Lenny Abrahamson è uno di questi: lo ha capito il pubblico del Toronto Film Festival che lo ha premiato con People’s Choice Award preferendolo a tutti gli altri film in rassegna.

Tratto dall’omonimo romanzo di Emma Donoghue, che lo ha anche sceneggiato per il grande schermo, Room racconta la terribile esperienza di Ma e Jack, una giovane donna e il figlio di cinque anni che vivono segregati in una piccolissima stanza priva di finestre.

La scrittrice irlandese ha tratto ispirazione dal notissimo caso Fritzl,  ovvero un raccapricciante episodio di cronaca nera avvenuto in Austria, dove una donna è stata prigioniera del padre per 24 anni in un bunker sotterraneo. Dai ripetuti abusi sessuali sono nati sette figli.

Nel libro, e così nel film, Ma viene sottratta dalla sua famiglia all’ età di diciassette anni. L’uomo che la rapisce le regala però il figlio Jack che, pur essendo frutto di una violenza, costituisce la sua unica ragione di vita.

La depressione non le impedisce di essere una brava madre che si prende cura del suo cucciolo e lo protegge crescendolo in un favoloso mondo di fantasia che serve a compensare la momentanea assenza di contatto con l’esterno. 

Il loro emozionante viaggio alla ricerca della libertà si dipana attraverso lo sguardo e il punto di vista di Jack che trasforma l’esperienza della crudeltà in uno straordinario tributo alla bellezza della vita.

Che cosa c’è fuori l’infernale stanza? Spinto dalla curiosità e dall’audacia della madre, Jack tenta l’impossibile e porta in salvo entrambi. Ma la sua graduale scoperta del mondo e il doloroso riadattamento alla vita di Ma nascondono più insidie del previsto.

I due protagonisti, il piccolo Jacob Tremblay alla sua prima esperienza da attore e la nuova stellina hollywoodiana Brie Larson, brillano di luce propria e sono indubbiamente il valore aggiunto di Room.

Al London Film Festival la stampa specializzata ipotizza una nomination all’Oscar per l’attrice ventiseienne che si era già fatta notare in Short Term 12 (inedito in Italia) e Un disastro di ragazza con Amy Schumer.

Forse per scaramanzia o per sincera umiltà Brie di premi e riconoscimenti vari non vuole proprio sentirne parlare mentre ammette che sua madre è stata fonte di grande ispirazione per il ruolo di Ma.

“Quando i miei divorziarono io ero molto piccola, mia madre si trasferì con me e mio fratello in California” – ha raccontato la bella attrice e cantautrice statunitense – “Non mi ha mai intrattenuta con i giocattoli perché è sempre stata molto fantasiosa. Anche io ho una fervida immaginazione e credo proprio di doverla a lei”.

Il regista Lenny Abrahamson, che in Frank aveva nascosto Michael Fassbender dietro una maschera di cartapesta, si è innamorato a tal punto del romanzo di Emma Donoghue da scriverle una lettera pregandola di lasciargli dirigere l’adattamento del film.

“Oltre ad essere rimasto colpito dal romanzo come padre di un bambino di quattro anni, mi interessava mostrare il diverso modo di essere prigionieri”, dice il cineasta.

La critica neanche troppo velata è ai media e al trattamento insensibile che riservano a molti casi di cronaca nera: “Quando mi capita di guardare alcune interviste in tv alle vittime di violenza rimango interdetto di fronte a tanto cinismo e falsità”.

Originariamente pubblicato su GQ Italia

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