I FILM DELLA SETTIMANA: Euforia e First Man

Buona domenica,

come promesso da stamattina trovate sul mio canale You Tube la video recensione di Euforia di Valeria Golino. Un film che mi ha emozionato e che mi sento di suggerirvi perché è di gran lunga superiore alle pellicole italiane dell’ultimo periodo. Maestosi gli attori, sicura la regia, sia lodato Walter Siti (cliccate qui per leggere la mia recensione del suo romanzo Bruciare tutto).

Ieri sera sono tornata al cinema per vedere First Man. Fremevo all’idea di riabbracciare il regista di La La Land ma la delusione è stata cocente. Prevedevo di dedicargli uno spazio sul mio canale ma, dopo averlo visto, non mi è parso il caso. Preferisco concentrarmi sugli entusiasmi piuttosto che sulle delusioni.

Partiamo dal fatto che la storia che racconta il film è nota a tutti: Neil Armstrong fu il primo uomo a mettere piede sulla luna. Accadde il 20 luglio 1969 e fu uno degli eventi più significativi del secolo scorso. Ma la prevedibilità della storia non è mai stato un ostacolo per i grandi cineasti. Nel cinema il COME è di norma più importante del COSA.

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In First Man il famosissimo astronauta è interpretato da Ryan Gosling: non è un attore dal talento mostruoso ma si è dimostrato capace di mettere le sue abilità e il suo sex appeal al servizio di film di rara bellezza: da Drive a La La Land. In questo film viene messo sicuramente in ombra da Claire Foy, l’attrice inglese nota per il ruolo della regina Elisabetta nella serie Netflix The Crown che qui presta il volto a Janet Armstrong, la moglie dell’astronauta. Le sequenze in cui la vediamo protagonista sono, per quanto mi riguarda, le più belle del film. Ne attribuisco il merito alla sua espressività e alla buona caratterizzazione di un personaggio che non si limita ad essere un angelo del focolare in attesa del ritorno dell’eroe. Per darvi l’idea di quanto mi sia piaciuta la sua performance vi confesso che vederla così in forma mi ha fatto venir voglia di dare una chance a Quello che non uccide, il nuovo capitolo della saga Millennium di cui non m’importa un accidente!

Ma il motivo per cui il ruolo di Janet è così importante è un altro. Se dopo Whiplash (storia di un batterista che diventa quasi schiavo della sua passione per il jazz) e La La Land (un’ode ai sognatori) consideravo Damien Chazelle il regista della determinazione, in First Man ho compreso le sue intenzioni solo fino ad un certo punto. Il genietto trentatreenne compie un’operazione rischiosa: priva l’evento centrale del film (lo sbarco sulla luna) della sua eccezionalità e pone la dimensione famigliare in primo piano. La continua sottolineatura dell’importanza degli affetti e la ripetizione di scene di normale routine famigliare appesantisce la visione di un film che certo non vive di trepidazione e che tutto sommato non riesce a coinvolgere a pieno lo spettatore, pur toccando corde sottili e delicate.

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Armstrong ci viene presentato come un ingegnere brillante ma sarà un lutto a segnare la sua esistenza. Il dolore per una perdita prematura lo cambierà, al punto tale da arrivare a concepire un traguardo come quello di cui fu protagonista come il semplice adempimento di un dovere. Come era lecito attendersi in un periodo in cui il patriottismo sembra un valore imprescindibile, le scelte di Chazelle sono state accolte in maniera particolarmente polemica negli USA dove al regista è stata contestata l’assenza della scena in cui Armstrong pianta la bandiera statunitense sulla superficie lunare.

Il film non perde occasione di sottolineare le contestazioni che la NASA si trovò ad affrontare in quegli anni. L’opinione pubblica, che pure accolse Armstrong come un trionfatore, era scandalizzata per i soldi spesi nelle missioni, per l’ingente capitale umano che fu sacrificato e per la solita sfida con la Russia che gli americani erano determinati a vincere ad ogni costo. Se il film avesse optato per questa rotta avrei forse apprezzato maggiormente.

Chazelle è un vero cultore dell’immagine cinematografica per cui tralascio volentieri la superflua critica ai dialoghi mentre riconosco nell’eccessiva retorica con cui viene dipinto il personaggio di Armstrong e nel ritmo blando con cui si dipana la sua storia dei difetti imperdonabili per un regista del suo calibro. Tutto questo per dirvi che ovviamente vi suggerisco la visione di questo film ma senza particolare entusiasmo.

Vi do appuntamento alla prossima settimana con uno speciale dedicato alle mie prossime letture. Ciaooo!

Parto per Londra: non perdete The Bodyguard!

Buon pomeriggio!

Sono in partenza per Londra ma non volevo lasciarvi orfani di me prima del volo di domani. Nel video che ho postato su profilo Facebook di Rose Gazette  trovate un piccolo suggerimento televisivo ovvero qualche considerazione sparsa su The Bodyguard, serie tv inglese che ha registrato numeri da record. Il protagonista è Richard Madden. Da oggi è disponibile su Netflix. Non perdetela. Al ritorno ho promesso un video sulla mia amata/odiata Londra. Buon weekend a tout le monde!

 

IL LIBRO: La ragazza del convenience store

Buongiorno a tutti e bentrovati, voglio dedicare la puntata di oggi a chi, come me, trova sempre rifugio in un bel libro (per l’anno 2018 sono arrivata a quota 30, e voi a che punto siete?) Ve ne suggerisco uno che è da poco presente nelle librerie italiane e che merita decisamente attenzione.

Si intitola La ragazza del convenience store (per acquistarlo cliccate a questo link) ed è opera della scrittrice giapponese Sayaka MurataLa protagonista è Furukura Keiko, una commessa di 36 anni che ha trascorso metà della su vita a lavorare in un cosiddetto konbini, un piccolo negozio aperto h24 che è diventato il fulcro della sua esistenza. Il tono sommesso con cui Murata ci fa strada nella vita di Keiko rende ancora più spaventoso ciò che pagina dopo pagina scopriamo delle abitudini e della personalità della sua protagonista.

Keiko afferma di apprendere il modo di parlare e gesticolare per emulazione convinta che “influenzandoci l’un l’altro preserviamo il nostro status di esseri umani”. Keiko non si arrabbia mai nonostante la carenza di personale del konbini la costringa a darsi un gran da fare e a risolvere problemi che non spetterebbe a lei e alle sue colleghe affrontare. 

Quell’andare incontro alle esigenze altrui le procura un certo sollievo. “Ho svolto alla grande il mio ruolo di normale essere umano – penso mentre osservo l’espressione compiaciuta sul viso delle mie colleghe“. Poi ci rivela che non è sempre stato così. Prima del konbini, ai tempi del liceo, era stata una ragazza solitaria e senza amici, chiusa in un mutismo patologico che l’aveva resa tutt’altro che “normale” agli occhi degli altri. 

Grazie al lavoro al konbini aveva persino cominciato a partecipare alle rimpatriate con i vecchi compagni di scuola.

Il konbini è un luogo che si regge sulla normalità, un mondo dove tutto ciò che è anomalo e inconsueto deve essere rimosso. Una volta che l’elemento di disturbo è stato eliminato i clienti tornano al loro caffè e ai loro dolcetti come se non fosse successo niente”

Ciò nonostante Keiko avverte i pregiudizi altrui e le preoccupazioni della sua famiglia. A 36 anni i suoi amici, o presunti tali, si aspetterebbe da lei un fidanzato, un appartamento più grande e un avanzamento di carriera. Orologio biologico, ambizioni, test di ammissione, vite solitarie: chi può dire di non essersi mai trovata al suo posto?

La società moderna finge di mettere al centro del mondo l’individuo, ma in realtà tutti quelli che non si adeguano alle norme sono scartati, neutralizzati e messi al bando, senza alcuna pietà! Devo guarire, se non voglio essere allontanata dalla grande tribù delle persone normali“, si dispera Keiko.

L’antidoto si chiama Shiraha, un nuovo commesso del konbini che è il suo esatto contrario: svogliato, negligente e strafottente. Viene licenziato poche ore dopo ma Keiko deciderà che è la persona giusta per aiutarla a preservare la sua normalità. Non vado oltre perché non voglio negarvi il piacere di scoprire le mosse di questa donna che non ha niente che non vada e che agisce come se avesse veramente qualcosa da perdere ad eccezione del suo preziosissimo lavoro.

Ho amato La ragazza del convenience store perché è una lettura scorrevole, originale e dirompente. Credo che sia un romanzo universale poiché ci aiuta a ragionare sui limiti della nostra società, sulle aspettative legate al ruolo della donna e sulla continua stigmatizzazione del diverso.

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ROSA MAIUCCARO